Niccolò Machiavelli: profilo politico e artistico
Con Machiavelli nasce il concetto di Politica intesa come Scienza, e questo fenomeno non aveva avuto precedenti nella storia del pensiero umano.
Per Machiavelli, la politica deve fondarsi su delle verità, su basi, su leggi universali, così come avviene per le scienze quali la Matematica, la Fisica.
Come per queste gli enunciati sono sempre verificati con esperimenti pratici, dopodiché si procede all’affermazione delle leggi, la stessa cosa deve avvenire per la politica. Non ci può essere politica se non si osservano due obblighi essenziali: attenzione e osservazione della verità effettuale (ossia l’esperienza della realtà); la politica deve essere separata dalla morale e dalla religione, perché esse hanno scopi differenti.
Mentre la morale e la religione si interessano della salvezza dell’animo umano, la politica deve interessarsi alla creazione di uno Stato perfetto.
Per la creazione di tale Stato occorre fare tutto ciò che è necessario, quindi scartando talvolta ciò che si dovrebbe fare per favorire ciò che si deve fare, per non creare danno allo Stato stesso.
Ci sono stati, infatti, prìncipi che hanno guidato i propri principati secondo dei propri ideali, che non erano ciò che si sarebbe dovuto fare, per cui essi sono caduti in rovina, afferma l’autore.
Lo Stato è sottoposto ad una legge evolutiva, per cui è necessario fare qualsiasi cosa affinché il momento di splendore sia il più lungo possibile; scopo, questo, che si può raggiungere solo essendo liberi da qualsiasi tipo di legame con la religione e la morale.
Non si può tuttavia per questa concezione muovere a Machiavelli un’accusa di amoralità perché i precetti che egli vuole impartire sono rivolti esclusivamente al Principe e mai da applicarsi nella vita privata; inoltre, le azioni devono essere comunque giustificate al Principe perché egli deve prima di tutto pensare al mantenimento dello Stato, ed è quindi spinto dall’amore di patria.
È evidente che alla base del pensiero di M. c’è una concezione pessimistica della natura umana e dell’uomo, che addirittura, per l’autore, sarebbe pronto a passare sul cadavere dei propri genitori per saziare la propria cupidigia innata. L’uomo è simulatore e dissimulatore, è cattivo; il volgo è una massa informe; il cittadino in origine non è perfetto ma egoista, dissimulatore, ed è compito del Principe trasformarlo in un buon cittadino, perché potenziando il cittadino si migliora anche lo Stato, ed uno Stato ben formato può poi fare l’interesse del cittadino stesso.
Il Principe è proprio colui che possiede tutte le doti per plasmare uno Stato perfetto e per mantenerlo. Egli deve essere prima di tutto virtuoso, inteso non in senso cristiano; virtuoso per Machiavelli è colui che riesce a prevenire i colpi della fortuna, a mettere da parte la propria indole e ad essere sempre migliore di tutti coloro sui quali deve governare.
La fortuna infatti è paragonata al fiume, contro le cui piene dagli effetti rovinosi, in momenti di calma, si possono ergere argini a difesa e prevenzione di futuri danni.
Tenendo sempre presente la malvagia natura umana, il Principe, per quanto sarebbe lodevole che mantenesse la fede e vivesse non con astuzia, “nondimanco” deve essere come il centauro: metà uomo e metà bestia. Uomo, per saper ben usare le leggi e bestia, in particolare “golpe et lione” ossia astuto e forte. Machiavelli afferma tutto ciò con amarezza perché, sostiene, sarebbe bello se la realtà non fosse quella – ed in quel caso i suoi precetti risulterebbero sbagliati -, ma poiché non è così, essi devono essere applicati per il bene dello Stato.
È preferibile, inoltre, che il principe sia temuto piuttosto che amato, perché “l’amore è tenuto da un vincolo di obbligo, il quale, per essere gli uomini tristi, da ogni occasione di proprie utilità è rotto; ma il timore è tenuto da una paura di pena che non abbandona mai”.
Il principe deve essere anche attore, ossia se anche vizioso non lo deve mostrare e deve essere parsimonioso. Simulare (fingere ciò che NON è) le qualità e dissimulare (camuffare ciò che È) i difetti!
I critici moderni, alla luce dell’evoluzione della politica, hanno mosso diverse critiche al pensiero di Machiavelli, scorgendo in esso anche alcune incongruenze.
Prima di tutto egli parla di un principe perfetto, che plagia tutto e tutti, trascurando così il peso degli altri. Non tiene, cioè, presente che possa esistere qualcuno che agisca proprio come il principe, che deve mettere da parte la propria indole per prevenire le azioni degli altri.
Lo stesso Guicciardini afferma che ciò è impossibile perché è il gioco delle passioni umane che influenza ogni azione e la rende ogni volta diversa; è quindi anche impossibile che la Storia si ripeta, così come credeva Machiavelli, che intendeva sfruttare la lezione del passato nel presente per cui, da questo punto di vista, Guicciardini, che nasce da una base machiavelliana, è più realistico.
Machiavelli, inoltre, travolto dalla passionalità del proprio sincero sentimento, finisce col contraddire sé stesso; il proprio pessimismo nei confronti della natura umana diviene improvvisamente fiducia illimitata e sproporzionata per l’uomo di governo: il principe. Non ammette infatti che l’uomo di governo si possa imbattere in complicazioni contro le quali nulla si può fare, e neanche considera le condizioni storiche, che sono sempre mutevoli, come gli stessi uomini.
E mostra una fiducia illimitata anche per il popolo, che attende il “redentore” ed è per lui tutto pronto a seguirlo: neanche quando si sofferma sulla contemplazione delle “armi proprie”, infatti, Machiavelli si accorge dei controsensi in cui cade; formando il principato, egli ricaccia lungi (lontano) il popolo come forza creatrice, ma presto lo richiama per affidarsi alla sua morale.
Il Principe rappresenta comunque l’acme del Rinascimento, in cui è insita la concezione pragmatica della Storia, cioè della Storia fatta dall’uomo.
Per Francesco De Santis, il periodo rinascimentale in Italia è un’età di corruzione e decadenza, infatti egli afferma: “La malattia morale degli italiani comincia qui”, ossia nel ‘500, quando si perde la libertà politica e l’autenticità della fede religiosa. Machiavelli, tuttavia, è il solo che si proietti nel futuro, iniziando il mondo moderno e affermando per la prima volta l’indipendenza della politica dalla morale e dalla religione. L’uomo che egli prende in considerazione, è intento a realizzare in modo autonomo la propria storia, che diventa il risultato delle forze messe in moto dalle opinioni, dalle passioni, dagli interessi dell’uomo. La politica è quindi l’arte di governare uomini concreti, quali appaiono nella propria “verità effettuale”.
Luigi Russo parte da due opposte categorie spirituali: quella del politico puro, che affronta i problemi con mente di scienziato e di tecnico, e quella del militante, che affronta le cose per trasformarle con animo volto all’ideale.
La prima è del politico-artista, la seconda del politico-eroe. In Machiavelli si hanno ambedue gli aspetti, egli diventa quindi l’artista-eroe della politica: artista, in quanto considera le cose da un punto di vista distaccato; eroe, in quanto impegnato nelle vicende del tempo. Ne risulta un contrasto tra il piano razionale del pensatore che stende la propria teorizzazione, e il tormento dell’uomo per i suoi ideali insopprimibili ed insieme impossibili.

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