Il contesto culturale
Italo Svevo scompose gli equilibri e le sicurezze del personaggio borghese, la sua stessa nozione del tempo e della memoria. Del Naturalismo e del Verismo non condivise la limitatezza del punto di vista; del Simbolismo-Decadentismo rifiutò sia la sublimazione della poesia che il ruolo del poeta-vate.
Dal filosofo tedesco di età Romantica Schopenhauer attinse la negatività della concezione del vivere, inteso come malattia da cui non si può guarire data l’esiguità degli strumenti a disposizione degli uomini, sicché l’esistenza divenne per Svevo un perenne alternarsi tra dolore e noia.
Cenni biografici
Ebreo triestino, nato Ettore Schmitz (con lo pseudonimo intese dare evidenza proprio alle origini tedesche paterne e a quelle italiane materne), pubblicò negli ultimi anni dell’Ottocento due romanzi che rimasero senza seguito di pubblico fino agli anni Venti del Novecento, quando il terzo romanzo ne rivelò il fascino della modernità, certamente dovuto al particolare ambiente nel quale erano nati: la Trieste mitteleuropea.
Città ancora appartenente all’Impero austriaco (fu annessa all’Italia solo nel 1954) e priva di una sua tradizione di centro culturale, era vivacizzata da un’attivissima borghesia imprenditoriale e dall’intreccio di popoli, lingue e culture diverse.
Ma l’originalità di Svevo è da attribuire anche alla sua condizione di intellettuale non professionista, diviso tra la passione per la letteratura e la vita borghese normale, da uomo d’affari, senza partecipazione alle istituzioni culturali e politiche, ma piuttosto interessato alla letteratura come strumento di analisi interiore, come scavo nelle contraddizioni e difficoltà del vivere, che per questo gli farà raggiungere risultati eccezionali, oltre i limiti della sua persona biografica.
Due incontri segnarono la sua vita e la sua produzione letteraria: quello con James Joyce (che gli diede lezioni di inglese nella Berlitz School di Trieste) e la conoscenza delle teorie di Freud e della psicoanalisi. Fu tra l’altro proprio Joyce a far conoscere il suo terzo romanzo in Francia, mentre in Italia la sua grandezza veniva affermata dal giovane Montale.
Morì nel 1928.
Le opere e temi
- Nei suoi primi due romanzi, Una vita e Senilità, è evidente l’implicita critica dei modelli decadenti di sopravvalutazione della figura dell’intellettuale: i suoi personaggi sono senza qualità, lontani da ogni compiacimento estetico, immersi in una realtà quotidiana senza valore e senza colore. Allo stesso modo, la prosa rifugge da ogni preziosismo e ricerca linguistica.
La vicenda, narrata in terza persona, si concentra tutta sulla condizione di inetto e di precoce senilità del protagonista la cui distanza dalle cose assomiglia a quella di una vecchiaia sterile e inerte.
Ma la condizione dei due protagonisti è in fondo quella dell’uomo moderno perduto dietro desideri illusori, modelli astratti, mentre gli sfugge il vero volto della natura, che si sposta sempre più in là.
Nel ventennio che precedette la pubblicazione del suo terzo romanzo, come detto, fondamentali furono i nuovi stimoli che egli ricevette da Joyce (con il monologo interiore e il flusso di coscienza ), la letteratura umoristica (non solo Pirandello), la psicoanalisi.
- La coscienza di Zeno (1923) è la storia di Zeno Cosini, narrata in prima persona, rivissuta all’interno della sua coscienza (la ricostruzione del passato infatti si compie per salti) per analizzare ciò che lo ha condotto alla sconfitta esistenziale. Nell’essere eternamente irresoluto, Zeno somiglia ai protagonisti dei due romanzi precedenti, ma, a differenza di questi, egli possiede un certo distacco umoristico da sé stesso, è alla continua ricerca di un equilibrio che gli sfugge, ma che è cosciente di non poter conquistare. Perché, nella sua ottica, i valori su cui si regge la vita borghese non sono altro che inganni e schermi, che danno apparenza di equilibrio e rispettabilità. Vi è una continua sfasatura tra l’idea che ognuno ha di sé e quello che effettivamente accade: «la vita non è né brutta né bella, ma è originale!», «enorme costruzione priva di scopo» e «forse l’uomo che è stato messo per errore e non vi appartiene».
La psicoanalisi si rivela strumento essenziale per la costruzione di questo personaggio malato che non può essere un modello eroico, ma piuttosto è l’esperienza di ogni uomo: la malattia si configura come la sola autentica possibilità d’essere dell’io.
La nevrosi si configura la più ampia rappresentazione della condizione nevrotica dell’uomo contemporaneo, da cui non esiste guarigione (Zeno infatti interrompe la terapia).
Ed egli allarga lo sguardo alla malattia che ha colpito l’intera civiltà umana e l’ipotesi di una distruzione della Terra, per effetto di un esplosivo creato dalla malattia degli uomini: «Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno vedrà e la Terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattia». Intuisce e quasi prevede i terribili conflitti atomici.
La sua prospettiva verso la falsità del mondo moderno, tuttavia, non lo porta a nessuna rivendicazione di sacralità dell’arte né del ruolo degli intellettuali.
I personaggi
Il protagonista è sempre un inetto, che non trova un’àncora cui appoggiarsi e la cui vita finisce sempre con un insuccesso per mancanza di volontà; trova molte scuse per nascondere la propria incapacità di prendere una posizione decisa.
A differenza di Alfonso Nitti ed Emilio Brentani, Zeno non è uno sconfitto perché egli sa di non poter essere un personaggio serio e conserva un impossibile sorriso persino nella nelle situazioni più drammatiche.
Uno dei momenti emblematici per comprendere la scarsa personalità di Zeno Cosini è il rapporto con il padre e, in particolare, la morte di quest’ultimo. Vissuto sempre in una sorta di antagonismo con lui, alla morte del vecchio malato incurabile, egli porterà sempre dietro il rimorso di non averne avuto cura, di non essersi mai accorto della sua malattia, di non averlo amato, di non avergli evitato di soffrire tanto prima di morire.
L’ultimo gesto del padre per lui è uno schiaffo; ed anche in quell’istante del dolore egli è incapace di prendere una posizione decisa (non riesce ad opporsi al dottore incompetente, pur essendone consapevole, ed a questi attribuisce ogni colpa, mentendo prima di tutto sé stesso).
Eredità sveviana
La scomposizione di Svevo lo avvicina a Pirandello, ma, mentre quest’ultimo, legato alla sua sicilianità, cede in alcuni momenti a riaffermare il valore dei modelli arcaici rispetto al tempo moderno, Svevo è ancora più moderno, in anticipo sul presente, possessore di una coscienza completamente disillusa.
Montale, nel suo Omaggio a Italo Svevo (1925), scrisse di Svevo: «Riflette al pari di pochissimi altri gli impulsi e gli sbandamenti dell’anima contemporanea». Questo intervento servì a sottrarre Svevo all’anonimato, ma non ad attirare su di lui le simpatie della critica ufficiale italiana. Quest’ultima infatti durante il ventennio fascista continuò ad avere due pregiudizi: quello linguistico (la prosa sveviana non è impeccabile nelle scelte lessicali, amalgamando parole e costrutti del tedesco e del dialetto triestino), quello ideologico del regime (avverso alla tematica dell’inettitudine ma promotore dell’eroe).
Solo dopo il Secondo dopoguerra, la nostra critica si muoverà sulle traiettorie segnate da Montale; c’è da dire anche che dopo i riconoscimenti internazionali, ottenuti grazie a Joyce per La coscienza di Zeno, l’autore ripubblicò il romanzo con molti emendamenti linguistici.

