- L’età della Restaurazione
Il Congresso di Vienna
Il crollo di Napoleone rappresentò anche la fine del Regno d’Italia.
Veneto e Lombardia furono dichiarati parte integrante dell’Impero asburgico, mentre riprendevano possesso del proprio regno anche gli antichi sovrani: il pontefice, il re di Sardegna Vittorio Emanuele I, il Granduca di Toscana, Ferdinando IV di Borbone a Napoli.
L’assetto della nuova Europa fu invece discusso nel Congresso di Vienna (1814 –1815), durante il quale le decisioni finali furono prese solo dai plenipotenziari delle grandi potenze (Austria, Inghilterra, Russia, Prussia), fra i quali spiccò soprattutto il principe di Metternich, che, nella sua qualità di Ministro degli Esteri e di rappresentante del paese ospitante, aveva ottenuto la presidenza del Congresso.
In politica interna fu approvato il principio di legittimità, che riposizionò sui troni i vecchi sovrani, ignorando le aspirazioni dei popoli; il principio della legalità del potere affermò anche la sovranità di diritto divino quale fondamento dell’autorità del sovrano, in contrapposizione alla sovranità popolare di origine rivoluzionaria. È chiaro che tali principi finirono per determinare un’ampia Restaurazione delle condizioni politiche territoriali esistenti prima della Rivoluzione.
Inoltre, affinché tutto ciò potesse meglio attuarsi, le potenze congressuali affermarono quale criterio ispiratore della politica internazionale il principio dell’equilibrio tra gli Stati. E per una interpretazione eccessivamente rigida di tale principio, Austria, Russia e Prussia si unirono in una coalizione militare atta a reprimere ogni eventuale movimento rivoluzionario: la Santa alleanza.
In realtà, una simile iniziativa nascondeva soprattutto l’interesse al rigido mantenimento di una posizione di potere e di prestigio nel Continente.
Le società segrete
Stando così le cose, dopo il 1815 agli intellettuali ai borghesi seguaci delle nuove idee liberali non restava, contro la severa persecuzione degli organi di polizia, che la cospirazione nell’ambito delle società segrete. Tra di esse, quelle che ebbero maggior fortuna furono la Massoneria e la Carboneria.
L’origine della Massoneria va ricercato già nella prima metà del Settecento, ma sappiamo che essa divenne in seguito uno strumento del dispotismo napoleonico, per cui dovete cedere il passo ad altre associazioni decisamente avverse ad ogni forma di assolutismo. La più famosa fra queste fu certamente la Carboneria.
Dalla Massoneria e la separavano un’estrazione sociale meno elevata dei suoi membri, una minore esigenza culturale ed una maggiore carica politico-cospiratoria; essa ebbe grande diffusione e trovò numerosissimi aderenti tra quanti aspiravano ad ottenere una Costituzione che garantisse ai cittadini di partecipare al governo dello Stato. I difetti furono certamente l’assenza di un programma unico e chiaro e il carattere misterioso dell’associazione, che la condusse ad essere troppo chiusa, ristretta e di conseguenza mancante dell’appoggio delle classi popolari.
I moti del 1820-21
Ad ogni modo, i primi Moti rivoluzionari ebbero luogo a Napoli e in Sicilia (1820-21) concludendosi in un insuccesso.
Nello stesso tempo, moti rivoluzionari di ispirazione carbonara scoppiarono anche in Piemonte, mentre nel Lombardo-Veneto, dove il governo austriaco aveva istituito una lucida censura che toglieva dalla circolazione qualsiasi pubblicazione in contrasto con la politica dominante, pure si andava diffondendo la propaganda carbonara.
Le rivoluzioni costituzionali finirono con il ritorno sul trono di un sovrano reazionario (per politica reazionaria si intende un atteggiamento di opposizione ad ogni innovazione politica e sociale e culturale; questa tendenza politica appartiene a frange ultra-conservatrici) e con una lunga serie di processi e condanne contro congiurati e sospetti.
Diverso fu l’esito delle rivolte indipendentiste nelle colonie spagnole e portoghesi in America Latina,le quali ebbero successo anche grazie all’appoggio degli Stati Uniti. Questi, in realtà, speravano – come poi fu – di sostituirsi ai colonizzatori europei nel controllo commerciale di queste vastissime terre, in cui le condizioni di vita delle popolazioni non migliorarono.
Celebre è diventata la cosiddetta dottrina Monroe, dal nome del presidente americano che, con la formula “L’America agli Americani”, sottolineava come non sarebbe stato tollerato alcun intervento straniero nelle questioni americane.
Il Romanticismo e l’idea di Nazione
In tutti gli Stati sottomessi ad un governo straniero, prese piede sempre più l’idea di Nazione, una comunità di persone che condividevano un territorio, la lingua, la storia, le tradizioni. L’esigenza di riconquista dell’indipendenza e del recupero delle identità nazionali fu alimentata anche dalla diffusione della corrente culturale, letteraria e artistica europea che prese il nome di Romanticismo.
L’ascesa del Liberalismo in Europa e i moti del 1830-31
Il movimento liberale non tardò a riprendere vigore e a dimostrarsi forza emergente in Europa già all’inizio degli anni ’30.
La questione d’Oriente
L’Impero turco fin dal Settecento aveva dato chiari segni di decadenza che lasciavano pensare ad una prossima fine del suo predominio nell’Europa sud-orientale e nell’Asia minore. Le potenze europee, in particolare Austria e Prussia, cominciarono allora a preoccuparsi di trarre profitto dalla situazione, senza tener conto del desiderio di indipendenza delle popolazioni rimaste per circa quattro secoli soggette ai Turchi. Da un tale intreccio di aspirazioni sorse la cosiddetta questione d’Oriente.
Le Eterìe, società segrete greche, diedero vita ad una vera e propria riscossa nazionale che nel 1830 portò all’indipendenza della Grecia. Fu questo il primo sostanziale mutamento della sistemazione politica dell’Europa fissata dal Congresso di Vienna.
La rivoluzione parigina
Il moto liberale che scoppiò a Parigi nel 1830 suscitò molta impressione perché riuscì a porre sul trono di Francia un sovrano direttamente scelto dal popolo e quindi in aperto contrasto con il principio di legittimità e con quello di sovranità di origine divina applicati dalla Restaurazione
Luigi Filippo, duca di Orleans, ben noto per le sue idee liberali, fu eletto re dei Francesi per volontà della Nazione; inoltre, egli inflisse un grave colpo alla Santa alleanza con la dichiarazione del principio del non intervento che costituiva il ribaltamento del principio dell’intervento proclamato nel Congresso di Vienna.
I moti del 1831 nell’Italia centrale
In meno di venti giorni il vasto territorio in cui era scoppiata l’insurrezione poté essere restituito ai rispettivi sovrani, i quali non tardarono ad abbandonarsi ad una violenta repressione.
Finiva così drammaticamente questo nuovo moto carbonaro che, pur rivelando gravi difetti, segnava tuttavia un progresso rispetto ai tentativi insurrezionali italiani del precedente decennio. Infatti, se ai moti del 1820-21 avevano preso parte soprattutto intellettuali ed ex-ufficiali napoleonici, a quelli del ’31 erano invece intervenute in gran numero persone di estrazione diversa.
I fatti del 1831, inoltre, dimostrarono che era un grave errore continuare a confidare nell’aiuto straniero: il popolo doveva imparare a conquistare la propria libertà autonomamente.
Ricordiamo infine che rovinosamente si conclusero anche i moti per l’indipendenza polacca, sotto la violenta repressione russa che portò numerosi intellettuali a prendere la via dell’esilio.
Gli anni delle riforme in Italia
Fra tutti i movimenti liberali quello che meglio si impose all’attenzione dell’Europa fu senza dubbio il Risorgimento italiano.
A stimolare il risveglio politico dell’Italia contribuì decisamente il risveglio economico che si manifestò in modi diversi dopo il 1830.
Infatti, proprio un tale fervore di attività economiche contribuì a far avvertire alla borghesia quanto fosse dannoso il peso degli impedimenti doganali esistenti tra i vari Stati italiani.
L’unificazione economica fu la premessa indispensabile dell’unificazione politica.
È chiaro che il Risorgimento italiano non sarebbe stato possibile senza quel vasto dibattito culturale che investì l’intera politica e che sottrasse il problema dell’unità e dell’indipendenza alla cerchia ristretta e segreta di movimenti carbonari, diffondendolo presso strati di popolazione più consistenti.
Rilievo del tutto particolare ebbe in tal senso Giuseppe Mazzini.
Questi aveva ormai da tempo compreso come solo uno Stato di tipo repubblicano avrebbe potuto permettere il raggiungimento degli ideali di libertà, uguaglianza e fraternità propri della rivoluzione francese. Per questo avversò la formazione di uno Stato monarchico e si trovò, di conseguenza, nella necessità di cercare la propria base di azione nel popolo.
Così, al contrario di ciò che avevano fatto gli uomini della Carboneria, egli si rivolse a tutti gli italiani attraverso programmi chiaramente espressi e resi pubblici.
Nel 1831 creò a Marsiglia la Giovine Italia, movimento unitario a base nazionale, fondato sulla spinta rivoluzionaria dei giovani e retto da princìpi repubblicani.
Il primo moto mazziniano (1833) finì con l’arresto di molti congiurati. In seguito, nel 1834 diede vita alla società Giovine Europa, destinata a costruire un primo tentativo di organizzazione democratico a carattere sovranazionale.
Dopo altre amarezze e delusioni, Mazzini tornò a favorire una ripresa dei moti in Italia solo nel 1844 con la drammatica esperienza di fratelli Attilio di Emilio Bandiera. La sfortunata spedizione, pur se ostacolata dallo stesso Mazzini, finì per rinfocolare le polemiche contro il mazzinianesimo in nome di nuovi sistemi di lotta meno cruenti e forse più efficace. A Mazzini si rimproverarono infatti soprattutto due cose: nell’azione, una certa leggerezza nell’organizzare le sommosse e nel mettere in pericolo la vita dei giovani; nel pensiero, il sapere sapore anticattolico della sua filosofia religiosa e politica che vedeva nella Chiesa un ostacolo all’unificazione della penisola.
Sorse così, accanto alla corrente rivoluzionaria mazziniana, una corrente di opinione più moderata, che all’insurrezione armata preferiva l’azione volta ad ottenere le riforme.
All’interno di essa si manifestarono ben presto diversi indirizzi di cui assunsero una fondamentale importanza quello federalista, ispirato alle idee di Vincenzo Gioberti e quello liberale e monarchico sostenuto da Cesare Balbo e Massimo d’Azeglio.
- Gioberti intendeva trovare una soluzione pacifica, capace di trasformare il papato in artefice dell’unità nazionale: creare una confederazione di prìncipi italiani, tutti dichiaratamente cattolici sotto la presidenza del pontefice, mentre i sovrani avrebbero dovuto dare vita a dei singoli regni ad un vasto programma di riforme. Il nuovo programma politico venne definito Neoguelfismo.
- Massimo d’Azeglio credeva invece che non tanto al pontefice bisognava guardare quanto a Carlo Alberto, solo principe disposto a combattere contro l’Austria. La proposta era quindi quella di una federazione nell’ambito della quale doveva essere riservata al papato una funzione moderatrice, al regno di Sardegna un compito preminente.
Il Quarantotto
In seguito ad una serie di rivolte che interessarono tutta la penisola, all’inizio del 1848, l’Italia intera, fatta eccezione per il Lombardo-Veneto e per i ducati di Parma e Modena, era divenuta costituzionale, secondo il modello francese del 1830.
Le Costituzioni del 1848 non esprimevano la diretta volontà popolare, ma erano frutto di un atto personale del sovrano e caratterizzate da molte limitazioni e restrizioni; tuttavia esse segnarono per l’Italia un deciso passo avanti verso un
regime liberale.
Ricordiamo che la carta costituzionale piemontese è meglio nota come Statuto Albertino rimase in vigore in vigore in Italia fino alla fine della Seconda guerra mondiale (1945-1946).
Le rivoluzioni del 1848 in Europa
Ciò che colpisce maggiormente negli avvenimenti del 1848 è la contemporaneità del movimento rivoluzionario quasi tutta Europa: un fatto in edito che dimostra quanto l’ordinamento stabilito dal congresso di Vienna del 1815 fosse diventato estraneo alla coscienza dei popoli e quanto vive fossero ormai le esigenze liberali espresse dalla cultura romantica e socialmente incarnate dalla borghesia.
Dai movimenti del ’48 rimasero escluse l’Inghilterra e la Russia: l’una infatti già da tempo si era indirizzata sul cammino delle riforme; l’altra invece era rimasta sorda ad ogni stanza di rinnovamento.
A Parigi il fermento popolare andava crescendo data l’assoluta ostilità della monarchia ad ogni riforma di tipo liberale. Anzi, il sovrano sempre più propendeva verso un regime personale, contravvenendo ai principi costituzionali sui quali si era fondata la sua elezione nel 1830. Giunse così all’insurrezione della popolazione parigina, guidata dai repubblicani e dai socialisti, che si concluse con la fuga di Luigi Filippo e con la proclamazione della Repubblica (la seconda).
A questo punto la borghesia conservatrice, temendo il sopravvento del proletariato e quindi la formazione di una Repubblica socialista, riuscì a manovrare le elezioni in modo tale che la nuova Assemblea costituente risultasse formata da una maggioranza moderata. Ebbe così inizio uno scontro dagli aperti connotati di classe. La rivoluzione parigina si concluse in maniera del tutto opposta a quella sperata dai suoi promotori: la corrente moderata borghese riuscì infatti a far eleggere quale presidente della seconda Repubblica il proprio candidato Carlo Luigi Napoleone (nipote di Napoleone, appoggiato dai conservatori).
Nel resto dell’Europa la rivoluzione si manifestò con un carattere liberale e nazionale, polarizzando le proprie rivendicazioni sulla richiesta di carte costituzionali e di libertà politica da parte numerosi gruppi etnici quali tedeschi, ungheresi, italiani.
- Il Risorgimento italiano
Prima guerra di indipendenza (1848-1849)
La prima ad insorgere fu la popolazione di Venezia, la quale, accorsa alle carceri, riuscì a mettere in libertà tutti i detenuti politici, tra i quali Daniele Manìn e Niccolò Tommaseo. Fu poi riconosciuta l’antica Repubblica di San Marco su basi democratiche con a capo Daniele Manin.
Quasi contemporaneamente era insorta anche a Milano, che visse le famose Cinque giornate (18-23 marzo 1848), che costrinsero gli Austriaci a riparare nel quadrilatero, cioè nelle quattro città fortezze di Mantova, Peschiera, Legnago e Verona.
Ebbe inizio la Prima guerra d’indipendenza con l’intervento del sovrano piemontese, Carlo Alberto, che dichiarò guerra all’Austria, mentre nel frattempo anche i sovrani di Napoli, Toscana e il Papa lasciarono partire verso il Lombardo-Veneto reparti di volontari e di truppe regolari.
Con questo conflitto si apre il Risorgimento italiano, ossia quella serie di guerre che libererà l’Italia dalla dominazione straniera e la condurrà all’Unità.
Con l’Armistizio di Salasco si concluse la prima fase della guerra, ma esso rappresentò il crollo di ogni speranza sulla possibilità di una guerra federale dei prìncipi italiani contro l’Austria.
Nel frattempo anche a Roma e in Toscana aveva inizio un periodo di gravi disordini che culminarono nella creazione della Repubblica romana e quella toscana.
Fu allora che Carlo Alberto, temendo di essere travolto dall’iniziativa repubblicana e democratica, diede inizio alla seconda fase della guerra che fu poi portato a termine dal suo successore, Vittorio Emanuele II.
Fu l’appello del Papa alle potenze cattoliche europee, affinché inviassero aiuti per ristabilire il potere temporale, che determinò l’entrata in scena della Spagna, dell’Austria, del Regno delle due Sicilie e della Francia e che pose fine al movimento liberale risorgimentale, con la resa anche di Venezia e l’esilio dei capi rivoluzionari.
Ricordiamo infine che allo stesso modo si era concluso anche il generale sommovimento europeo con violente repressioni in Austria e Germania.
Un decennio decisivo (1849-1859)
Dopo i moti del ’48 e la conclusione della Prima guerra di indipendenza nel ’49, i sovrani dei vari Stati italiani ripresero tutti a governare secondo schemi apertamente reazionari e operando dure repressioni.
La reazione assunse caratteri di vera e propria tragedia nel Lombardo-Veneto, dove l’Austria instaurò una politica di terrore, che favorì il rinfocolare dell’attività cospirativa di Mazzini, che diede vita al Partito d’Azione.
Il solo Stato italiano che riuscì ad evitare la reazione fu il regno di Sardegna, dove il nuovo sovrano invitò a ricoprire la carica di Presidente del Consiglio Massimo d’Azeglio, convinto sostenitore del regime costituzionale.
Nel ministero d’Azeglio entrava a far parte anche Camillo Benso, conte di Cavour, il quale assunse ben presto una posizione di primo piano, ottenendo così brillanti successi che la sua personalità politica finì per oscurare quella dello stesso d’Azeglio. Infatti nel 1852 egli divenne il nuovo presidente del Consiglio (capo del Governo) e il suo ministero fu detto in seguito Grande ministero proprio per l’importanza dei risultati raggiunti.
- In politica interna mirò innanzitutto a fare del Piemonte uno Stato costituzionale modello, ispirato ad un liberalismo misurato e progressivo.
Convinto che i progressi economici siano estremamente importanti per la vita politica di un Paese, egli si dedicò ad un radicale rinnovamento dell’economia piemontese. Riconobbe inoltre alla Chiesa valori morali, forza civilizzatrice e utilità sociale, ma un ambito di competenza puramente religioso, sottomesso peraltro alla piena giurisdizione del diritto comune, per cui egli formulò la teoria della Libera chiesa in libero Stato.
- In politica estera cercò soprattutto di far uscire il Piemonte dall’isolamento; il primo passo da fare era quello di imporre il problema italiano all’attenzione europea.
Naturale alleato del regno di Sardegna non poteva che essere Napoleone III, ex carbonaro e sognatore di un nuovo ordine in funzione anti-asburgica in Europa, il quale con un colpo di Stato aveva dato vita nel 1851 ad un secondo impero.
L’altra grande potenza cui Cavour aveva pensato di poter agganciare le sorti del Piemonte era l’Inghilterra, per la quale nutriva simpatia e ammirazione.
L’occasione gli fu offerta dalla guerra di Crimea, al termine della quale, durante il Congresso della pace a Parigi del 1856, al quale il Piemonte aveva il diritto di partecipare essendo intervenuto alla guerra, egli poté inserire la Questione italiana nel quadro della politica europea (ricordiamo che in questo arco di tempo, in seguito ad una serie di sfortunati azioni militari, il Partito d’Azione era entrato in crisi, favorendo la posizione di Cavour).
Nel 1858 Napoleone III e Cavour si incontrarono a Plombieres e gettarono le basi di un’alleanza militare contro l’Austria.
Dalla Seconda guerra d’indipendenza alla Spedizione dei Mille
Con l’ultimatum austriaco del 23 aprile 1859 ebbe inizio la Seconda guerra di indipendenza italiana. Con l’Armistizio di Villafranca (luglio 1859), firmato da Napoleone III con l’Austria, si interruppero le ostilità.
In seguito ad esso:
- l’Austria perse la Lombardia ma conservò il Veneto;
- Napoleone III ottenne Nizza e la Savoia;
- il plebiscito del 1860 riconosceva l’annessione al Piemonte di Liguria, Emilia-Romagna e Toscana.
Nel frattempo Giuseppe Garibaldi, avversario di Cavour e della sua tendenza a “diplomatizzare” il Risorgimento, svuotandolo di ogni contenuto rivoluzionario, aveva più volte affermato di voler risolvere con un’azione rivoluzionaria e per libera forza di popolo il problema dell’unità d’Italia.
- L’occasione gli venne dalla Sicilia, dove numerosi rivoluzionari desiderosi di staccarsi dalla dominazione borbonica lo aspettavano.
- Nella notte tra il 5 il 6 maggio, mentre la maggior parte dei volontari era raccolta nei pressi di Quarto (Liguria), alcuni di essi, poco più di mille, sotto la guida del genovese Nino Bixio, braccio destro di Garibaldi, partirono alla volta della Sicilia.
- Essi giunsero a Marsala l’11 maggio.
Una volta conquistata l’isola e organizzato un governo provvisorio, Garibaldi si preparò a passare in Calabria.
- Di qui iniziò una rapidissima marcia verso Napoli, dove entrò trionfalmente accolto il 7 settembre, mentre il sovrano borbonico si rifugiava nella fortezza di Gaeta.
- A questo punto Cavour si decise ad intervenire: giungevano così nel napoletano i primi reparti regi e il 26 ottobre a Teano (Campania, vicino Caserta) Vittorio Emanuele II si incontrò con Garibaldi, il quale poneva nelle mani del sovrano il regno conquistato.
- Con la resa anche di Gaeta il 13 febbraio 1861, con la fuga del sovrano borbonico verso Roma, aveva fine dopo 120 anni il predominio borbonico nell’Italia meridionale.
- Il 18 febbraio 1861 si riuniva a Torino il primo parlamento italiano.
Come suo primo atto esso approvò la legge in base alla quale Vittorio Emanuele assumeva per sé e per i suoi successori il titolo di re d’Italia per grazia di Dio per volontà della Nazione, proclamando quindi la nascita del Regno d’Italia con capitale a Torino.
Mancavano tuttavia ancora all’unità Roma e Venezia.
Alla soluzione Cavour si stava dedicando attivamente quando morì improvvisamente.
I problemi dell’Italia unita
Con la proclamazione del Regno si concludeva la fase eroica del Risorgimento e se ne apriva un’altra, senza dubbio meno esaltante ma non per questo meno delicata e decisiva.
Il nuovo Stato unitario si trovò di fronte tutta una serie di gravi problemi da risolvere.
Difficoltà maggiori derivavano dal fatto che l’unificazione era stata opera di alcune frange della borghesia liberale e quindi di una parte soltanto della classe borghese. Inoltre, gli strati popolari avevano assistito indifferenti alle lotte per l’unità.
Il nuovo Stato dunque era un’espressione non già di tutto un popolo, ma di una piccola parte di essi.
Per far fronte poi al profondo distacco esistente tra le varie parti del Paese, specie tra Settentrione e Meridione, le forze politiche si divisero tra coloro che sostenevano uno Stato su base regionale, con largo decentramento delle funzioni amministrative di governo, e coloro che invece, per preservare l’unità nazionale, sostenevano e riuscirono ad affermare uno Stato estremamente accentrato.
Il cumulo delle cose da fare e dei problemi da risolvere era enorme:
lavori pubblici, pubblica istruzione, agricoltura, industrializzazione, situazione sanitaria, problemi di lingua e di costumi.
L’espressione più grave del diffuso malessere, soprattutto nelle zone meridionali, fu comunque il brigantaggio, già diffuso al tempo dei Borboni come forma di protesta contro le ingiustizie delle classi al potere, ed ora alimentato, oltre che dall’estrema miseria che dominava la vita nelle campagne, dai Borboni stessi e dai nobili rimasti ad essi fedeli, nella speranza di poter rendere più difficile l’assestamento del nuovo Stato, in attesa che nel frattempo si potessero verificare le condizioni favorevoli ad un loro ritorno al potere.
Vi era infine la questione di Roma di Venezia.
Gli uomini cui spettava il compito di affrontare i problemi tanto gravi erano divisi in due correnti che in momenti diversi avevano assunto nomi diversi (moderati, monarchici, liberali o cavouriani, gli uni; democratici, repubblicani, mazziniani garibaldini, gli altri) e formarono due gruppi che finirono per prendere rispettivamente il nome di Destra e Sinistra, dal settore occupato in parlamento.
- Gli uomini della Destra erano espressione della cultura borghese delle classi più elevate.
- Gli uomini della Sinistra erano espressione della cultura democratica e popolare.
Entrambi gli schieramenti erano comunque fortemente condizionati dal sistema elettorale in vigore, fondato su base censitaria, per cui la classe politica del nuovo regno risultò costituita quasi esclusivamente dall’aristocrazia e dalla borghesia terriera e industriale, entrambe chiuse in tenace difesa dei propri interessi. E qui una legislazione gravosa per le classi meno abbienti.
I governi della Destra in Italia
Lo schieramento politico quindi che assunse la direzione del governo dopo l’unificazione, fu quello della Destra, definita in seguito storica, dato il rilevante ruolo esercitato da liberal-moderati che la costituivano e che nel corso del Risorgimento si erano legati alla monarchia sabauda.
Rimasti al potere dal 1861 al 1876, gli uomini della Destra si impegnarono a fondo sui problemi di politica interna e in campo economico: l’agricoltura risultava antiquata, l’industria era ancora limitatissima, scarsi i commerci con l’Estero.
Nel complesso si può riconoscere ad essa il merito di aver promosso e consolidato le strutture fondamentali del giovane Stato, anche se senz’altro più consistenti furono i successi ottenuti in politica estera.
Nel giro di dieci anni, infatti, essa poté unire al nuovo Regno le terre del Veneto, prima, (Terza guerra d’indipendenza, 1866) e del Lazio con Roma, poi, (Breccia di Porta Pia, 1870).
Con la liberazione di Roma sorgeva però un nuovo problema: regolamentare i rapporti tra lo Stato e la Chiesa, in modo da rendere possibile nella stessa città la coesistenza del potere regio dei Savoia con il potere spirituale del pontefice.
Ecco perché, prima ancora di trasferire la capitale a Roma, il governo italiano fece approvare dal parlamento nel 1871, la Legge delle Guarentigie (garanzie), in base alla quale
- veniva accordato al Papa il pieno e assoluto possesso dei palazzi del Vaticano, del Laterano e della villa di Castel Gandolfo, considerati fuori del territorio italiano (extra territorialità);
- venivano riservati al pontefice diritti sovrani e alla Chiesa piena libertà di azione, di propaganda e di organizzazione su tutto il territorio nazionale;
- veniva assegnato alla Chiesa un appannaggio annuo per il mantenimento della corte papale.
Il governo della Destra si dimise nel 1876, cosicché il re invitò un esponente della Sinistra a formare un nuovo Ministero: Agostino Depretis.
3. Industrializzazione e Socialismo
L’eccezionale progresso industriale ed economico verificatosi in Inghilterra nella seconda metà del XVIII secolo varcò all’inizio del XIX i confini dell’isola e si diffuse in Europa. Ciò produsse la definitiva affermazione della borghesia anche sul Continente.
Gli anni 1850-1870 rappresentano un periodo di straordinaria espansione economica, durante il quale la società europea visse quella radicale trasformazione economica indicata dagli storici come Seconda rivoluzione industriale.
L’incremento sempre più rapido delle imprese industriali e del conseguente capitalismo, accelerò lo sviluppo del proletariato e determinò la progressiva scomparsa del lavoro artigiano.
Ebbe così origine la questione sociale, fatta di contrasti tra borghesia capitalistica, che ormai esercitava un predominio anche politico, il proletariato stesso.
La politica riformatrice dei governi liberali si rivelò però troppo lenta e limitata per soddisfare le esigenze della classe operaia, così, col passare del tempo, si elaborarono teorie economiche alternative al liberalismo, con attività, proteste, rivendicazioni volte a costituire una forte coscienza di classe.
Non v’è dubbio che l’elaborazione della questione sociale destinata ad avere maggiore importanza per la storia della civiltà europea nei secoli XIX e XX fu quella dovuta al Socialismo o Comunismo.
I due termini, che oggi si riferiscono a tendenze politiche differenziate, nell’ambito della cultura del secolo scorso erano spesso sinonimi, usati per indicare movimenti tesi alla trasformazione radicale della società, all’abolizione della proprietà privata e al passaggio alla gestione sociale o comunitaria dell’economia.
Più concrete differenziazioni tra i due termini cominciarono ad affiorare nella seconda metà del secolo, quando Karl Marx ed Friedrich Engels diedero al termine comunista un più chiaro e preciso riferimento al momento al movimento autonomo degli operai in vista della conquista del potere politico.
Non si tratta comunque di un movimento uniforme: vari furono infatti le ipotesi elaborate, ma si può dire che due furono le strategie fondamentali: una riformista e l’altra rivoluzionaria.
La prima forma di Socialismo fu detta in seguito utopistica, in quanto sorretta da più nobili ideali umanitari che da concretezza storica; incise poco sulla cruda realtà politica.
La svolta del pensiero socialista si ebbe con Marx ed Engels, per i quali il Socialismo rappresentava la prima tappa dell’edificazione di una società comunista senza classi e fondata sul controllo collettivo dell’economia. Esso non era più quindi un modello ideale ma diventava la conseguenza delle lotte proletariato.
I due pensatori elaborarono una concezione del tutto nuova dello sviluppo sociale della storia dell’umanità, impostata sulla tesi che nella società era stato sempre determinante il fattore economico: Materialismo storico.
Lo scontro di classe tra gruppi dominanti e subordinati nei vari sistemi produttivi nel corso del tempo è una costante, ma con il Socialismo scientifico si intese conoscere i meccanismi reali – per poterli smontare – sottesi alla struttura economica e sociale contemporanea con lo scontro tra capitalisti e proletari.
Quest’ultimo era destinato a determinare una sicura decadenza del sistema in vigore e dello Stato che lo appoggia, di qui la necessità per i proletari di assumere la guida di una rivoluzione mirante alla conquista del potere politico per la costruzione di una convivenza basata soltanto sulle esigenze proletarie (dittatura del proletariato).
Per tentare di eliminare le divergenze tra le diverse correnti ideologiche interne al movimento socialista, Marx organizzò a Londra nel 1864 un convegno di rappresentanti delle varie correnti, dal quale nacque l’Associazione internazionale dei lavoratori, più nota come Prima Internazionale.
- Il secondo Ottocento in Europa e negli Stati Uniti
L’affermarsi delle classi capitalistico-borghesi e il conseguente riacutizzarsi della questione sociale con l’attenzione al problema operaio non potevano rimanere senza conseguenze in campo politico.
Sarà utile quindi breve panoramica sulla situazione politica degli Stati europei e nel continente americano in questo periodo.
- L’Inghilterra aveva intrapreso la via politica dello splendido isolamento, che doveva portarla in modo sempre più palese ad estraniarsi dalle lotte di potere costantemente risorgenti del continente europeo e ad interessarsi invece a fondo alla politica interna all’espansione coloniale. L’Età vittoriana (1837-1901) fu un periodo di pace e prosperità, durante si raggiunse la massima espansione coloniale inglese (anche grazie all’apertura del Canale di Suez).
- La Prussia aspirava già da tempo a diventare il centro di un impero destinato a comprendere tutti gli Stati tedeschi che facevano parte della Confederazione germanica e che si trovavano fin dal Congresso di Vienna sotto il predominio austriaco. Questo avvenne con l’avvento al trono nel 1861 di Guglielmo I di Hohenzollern e la nomina nel 1862 come Primo Ministro di Ottone di Bismark, i quali, al termine della guerra con l’Austria nel 1866, ottennero l’unificazione della Germania sotto la guida della Prussia.
- L’imperatore Francesco Giuseppe d’Austria, inoltre, riconobbe nel 1867 il regno di Ungheria come Stato indipendente, anche se legato all’impero austriaco nella persona del sovrano. Aveva origine così in Europa una nuova realtà politico territoriale, l’Impero austro-ungarico.
- La Francia di Napoleone III viveva una situazione più complessa: la popolarità dell’imperatore, infatti, veniva progressivamente diminuendo, cosicché questi intraprese una politica meno rigida ed autoritaria, fino al 1870, quando, temendo un’invasione sul suo territorio, attaccò la Prussia, che la sconfisse a Sedan e costrinse lo stesso Napoleone III alla fuga. Dopo un breve esperimento di governo rivoluzionario a carattere socialista, democratico ed operaio, detto la Comune (marzo-maggio 1871), Parigi venne assediata dalle truppe regolari e nel 1875 ebbe inizio la Terza Repubblica. Tuttavia la guerra franco-prussiana ebbe anche un altro risultato: Bismark riuscì a compiere l’opera che era stato il fine ultimo della sua politica, inducendo i prìncipi tedeschi ad offrire al re di Prussia Guglielmo I la corona imperiale. Nasceva un nuovo impero, il secondo Reich(Impero), 1871.
- La questione d’Oriente o questione balcanica entrò in una nuova fase di spinte indipendentiste dall’Impero ottomano. Il Congresso di Berlino del 1878 riconobbe l’indipendenza di alcuni Paesi balcanici
- Negli Stati Uniti nel 1861 ebbe inizio e si protrasse fino al 1865, la Guerra di secessione tra Stati del Nord e Stati del Sud, che si concluse con la vittoria dei primi nel 1865 e l’abolizione della schiavitù in tutti gli Stati Uniti.
- In Russia era evidente la necessità di un rinnovamento, pur senza smantellare l’indirizzo autocratico (dispotico) in atto nel Paese, in quanto considerato indispensabile per mantenere uniti i numerosi e diversi gruppi etnici che costituivano il vasto impero. Lo zar Alessandro II attuò una serie di riforme, le quali tuttavia finirono per dimostrarsi inefficaci soprattutto perché la popolazione apparve impreparata ad accoglierli. Si diffuse così un frastagliato movimento di decisa opposizione allo zare alla sua politica, sfociato nel 1881 in un attentato terroristico di cui lo stesso zar restò vittima.
La Sinistra in Italia
La Sinistra appariva nel suo insieme composta da elementi eterogenei i quali non costituivano un vero partito, con un proprio pensiero politico, con una propria dottrina, con un proprio programma di governo.
Ecco perché Agostino Depretis, una volta assunta la presidenza del consiglio nel 1876, quale capo della Sinistra, si trovò costretto a contattare con i singoli deputati per averne l’appoggio in parlamento.
Egli poi esasperò tale sistema, infatti contrattò l’appoggio anche con i deputati della Destra. In questo modo non si contribuì certamente alla formazione di un preciso partito di governo e di un partito di opposizione, ma piuttosto alla dissoluzione dei tradizionali raggruppamenti politici e alla loro confluenza in maggioranze costituite intorno a problemi contingenti.
Tale costume parlamentare prese il nome di trasformismo.
Contro la corruzione del costume politico determinata dal trasformismo non mancarono di levarsi proteste e denunce, che però erano ancora troppo deboli per poter mutare l’indirizzo predominante. L’evento in tal senso più rilevante si verificò comunque nel 1892, con la nascita del Partito dei lavoratori italiani, ribattezzata nel 1895 Partito socialista Italiano: il primo dei grandi partiti nel senso moderno del termine, nel quale, sotto la direzione di intellettuali borghesi, si riversarono operai e contadini.
In ogni caso Depretis rimase al governo con ben otto ministeri fino al 1887, preoccupandosi soprattutto di attuare tre progetti: istruzione elementare gratuita e obbligatoria per tutti, abolizione della tassa sul macinato e riforma della legge elettorale.
