Cenni biografici
Nacque a Recanati nel 1798.
Lo «studio matto e disperatissimo» dell’adolescenza compromise il suo fisico già gracile e deforme, ma anche alimentò in lui l’insofferenza verso l’autoritarismo dell’ambiente familiare. Tuttavia, il suo viaggio a Roma fu per lui una nuova delusione: piccoli e volgari gli apparvero gli esponenti ufficiali della cultura pontificia. Confrontandosi per la prima volta con la più ampia vita contemporanea, sentì ancora più forte la propria diversità; allora il proprio pessimismo (storico, come convenzionalmente si definisce quello agonistico verso il presente e la società, maturato al tempo della corrispondenza con Pietro Giordani) assunse un carattere ancor più negativo, cosmico.
Tale pessimismo, come coscienza della radicale negatività della condizione umana, si scontrò con l’ambiente intellettuale con cui venne in contatto, anche successivamente, a Firenze (dove conobbe Manzoni, di cui lesse I Promessi Sposi).
Solo durante il soggiorno a Napoli sembrò trovare, nonostante la propria infelicità, un nuovo attaccamento alla vita (adorò i gelati!) e qui morì nel 1837.
La poetica e i temi
La poetica di Leopardi si oppone nettamente a quella ricerca di letteratura utile propria del Romanticismo lombardo e si avvicina, piuttosto, alle tendenze del Romanticismo europeo.
Nella poesia egli vede un valore essenziale, la voce del cuore e dell’anima e quindi la lirica è il genere poetico più adatto ad esprimere l’infinito, la memoria, il ricordo.
Le opere
- Nello Zibaldone di pensieri, al quale lavorò per tutta la vita, annotando in modo libero e non sistematico il proprio pensiero e le proprie riflessioni, egli ci aiuta a comprendere la propria filosofia: dal citato pessimismo storico, che vede nella natura una produttrice di generose illusioni cui si oppone l’arido vero della società, al pessimismo cosmico cui giunge dopo aver abbandonato il Cattolicesimo familiare ed essendosi accostato alla filosofia sensistica, al materialismo meccanicistico per cui la natura non gli appare più come una forza vitale, benigna e positiva, ma una matrigna cieca e ostile all’uomo, sicché alla vanità delle illusioni si oppone la necessità di conoscenza dell’infelicità umana.
Ecco che emerge qui la sua teoria del piacere: ogni comportamento umano è guidato da un’aspirazione al piacere che non riesce mai a realizzarsi. Di conseguenza l’uomo è incline all’immaginazione, per «concepire le cose che non sono» e alle illusioni, per trovare un senso alla propria vita, così come all’esperienza poetica. Il piacere è quindi attesa dello stesso o momentanea sospensione del dolore. Tutti i movimenti della natura, assolutamente indifferente ai desideri e patimenti dell’uomo e degli esseri viventi, muovono verso il nulla; il vivere è dominato dalla noia.
- Gli Idilli, componimenti in endecasillabi sciolti, più che un genere preciso in Leopardi furono «idilli esprimenti situazioni, affezioni, avventure storiche del mio animo», come gli stesso affermò. I primi sono convenzionalmente definiti «piccoli» Idilli per distinguerli dai «grandi» Idilli, ossia i canti recanatesi successivi, che poi confluiranno nel volume dei Canti, titolo scelto dallo stesso Leopardi, la cui sistemazione definitiva non coincide con la loro successione nel tempo, ma spesso secondo un raccordo tematico-stilistico.
- L’infinito (1819) è il paesaggio del suo animo, il canto del suo cuore assetato di sogno, amore e vita. Egli siede e mira. In quel piccolo spazio intorno a sé, vagando oltre ogni umano confine. «Sovrumani silenzi e profondissima quiete» in cui gli affanni riposano, in cui egli vive il proprio sogno, facendo «naufragar» i propri tormenti. Con soli quindici endecasillabi sciolti ed una fitta serie di enjambements, l’io si immerge nell’indeterminato; la mente affonda nello spazio immenso e nel tempo illimitato.
- Nella canzone Ultimo canto di Saffo è il poeta stesso che si cela dietro la delicata e disperata figura della giovane Saffo, amante infelice e dispregiata, sulla cui già fragile sensibilità si è posato un destino di dolore ineluttabile: «felice in terra» mai «visse nato mortal». Il suicidio di Saffo è la sua protesta contro la natura: «virtù non luce in disadorno ammanto». Saffo non è una reietta alla vita perché il ricordo della natura bella e della terra «rorida» è appassionato nelle sue parole: è proprio la delusione di non poterne far parte che la spingono a morire.
- Nelle Operette morali la sua prosa indaga sul vero e critica le illusioni, svela l’ostilità della natura.
- Tra queste, il Dialogo della natura e di un islandese, la cui vita si conclude in pasto ai leoni o forse «una bella mummia», ossia senza risposta e senza alcun significato per quella Natura che non si accorse della sua morte, così come delle vane domande che egli aveva posto. In questo dialogo è il poeta ormai cosciente che in quella natura matrigna in realtà nulla gli è ostile, ma piuttosto essa segue il proprio corso di «produzione e distruzione» in cui la vita umana è calpestata senza neanche un motivo; questo è uno dei vertici più alti del pessimismo leopardiano.
- Nel Cantico del gallo silvestre, invece, c’è l’animo rassegnato del poeta: «l’essere delle cose par che abbia per suo proprio ed unico obiettivo il morire». Egli non cerca più risposte e ritrae l’unico ristoro all’infelicità nelle brevi ore del sonno, quando l’uomo «possa ripigliare un poco di lena» e abbandonare la «soma della vita». Perciò il risveglio e il canto del gallo non possono che essere funesti.
- In un momento in cui egli dedica nuova attenzione alla poesia e al ricordo – la rimembranza – al recupero di immagini che sono state non sono più, nasce la celeberrima canzone A Silvia. Essa non è un canto d’amore, ma un inno alla giovinezza, alla vita. Un sogno commosso, un paesaggio dei colori delicati e vitali che accarezza l’innocente viso di Silvia dagli occhi «ridenti e fuggitivi», dalla melodiosa voce che sembra intonare un «perpetuo canto» di giovinezza. Quella giovinezza che cantava nel «maggio odoroso», «assai contenta di quel vago avvenir che in mente avevi». La fiducia in quel domani che entrambi ha tradito, privandoli dell’età splendente, che porta in ogni cuore quella forza vitale che «lingua mortal non dice».
- Il sabato del villaggio, che insieme al precedente fa parte dei canti recanatesi, è il canto dell’attesa e ancora una volta della giovinezza e di quelle creature tenere che Leopardi ama cullare nella propria poesia: la «donzelletta» con il suo ingenuo sentimento di vanità; la «vecchierella» che fila sulla scala; i fanciulli che fanno festa; il contadino che già assapora il riposo del giorno seguente; il «legnaiuol» che «si affretta e s’adopra». Dolce è l’attesa perché inconsapevole della delusione che il domani porterà nel ritornare al «travaglio usato». E allora tenero è anche l’invito del poeta per il suo «garzoncello scherzoso»: «fanciullo mio», egli lo accarezza, tenendo il più possibile lontana la delusione di vedere svanire tutti i sogni e le speranze del sabato della vita, «altro dirti non vo’».
- Si ricollega ai canti recanatesi, anche se probabilmente appartenne alle ultime fasi della poesia leopardiana, Il passero solitario. La sua scelta di vivere in solitudine e schivo dalle gioie è tanto più dolorosa quanto più dai suoi versi traspare l’anelito di poterle vivere e l’amara rassegnazione a rinunciarvi. Tutto ciò che gli rimane è invocare quel foscoliano «porto» di «quiete» che impedisca almeno che la vecchiaia inaridisca il suo cuore, «quando muti questi occhi all’altrui cuore», quando neanche il ricordo di una giovinezza spensierata lo sosterrà e potrà solo voltarsi indietro sconsolato.
- Il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia è una nenia lontana e triste, che narra il cuore di un pastore solitario, in un’infinità di spazio e tempo, in una notte placida di luna silenziosa, «vergine» e «intatta», «solinga e pensosa», immortale «peregrina» dei cieli, alla quale il pastore rivolge vane domande. Ma non ci sono risposte, resiste solo il «tedio», che non risparmia alcuna creatura «forse in qual forma, in quale stato che sia, dentro covile o cuna, è funesto a chi nasce il dì natale».
- Nella brevissima stanza A se stesso è l’ultimo Leopardi, quando il suo canto non è più il pianto della sua anima abbandonata nel sogno, persa nel ricordo, a vagheggiare infiniti paesaggi, non è uno sguardo commosso dentro di sé. Egli grida la propria delusione e la disperazione. Grida a quel mondo che è soltanto «fango», alla vita che è «amaro e noia». Registra la caduta anche della sua ultima illusione per la quale, scrive al suo cuore, «assai palpitasti».
- Scritta nel 1836, a Torre del Greco (Napoli), La ginestra o il fiore del deserto è un carme di revocazione e riflessione, cui fa da sfondo il paesaggio arido e desolato del Vesuvio. Tra quella «impetrata lava», egli fa sbocciare una ginestra «odorata» e «gentile», il cui profumo sembra quasi consolare quei luoghi «dal mondo abbandonati». È la resistenza della vita di fronte alla distruttiva natura, ma anche lo spunto per riflettere sulle varie celebrazioni della civiltà e delle sue «magnifiche sorte sorti e progressive». Egli non adulerà il suo «secol superbo e sciocco», piuttosto l’animo nobile di colui che non ha paura di affrontare la verità che la razionalità gli pone innanzi, che trae forza dal sentimento di solidarietà umana che non potrà superare l’«aspra sorte» ma resisterà come la ginestra che, umilmente, nel suo eroismo tragico, china il capo innanzi al «formidabile monte/sterminator Vesevo».
Eredità leopardiana
Insieme a Manzoni, Leopardi è stato il più significativo scrittore dell’Ottocento italiano, ma, a differenza di questi, che in pieno Risorgimento trovò una folta schiera di “manzonisti”, egli fu accolto dalla letteratura successiva (fino a Montale) come modello parziale, ossia traendo dalla sua complessa e ricchissima officina solo gli elementi più congeniali o funzionali: Carducci risentì della lezione classicista; per Pascoli fu «il più fanciullo dei nostri poeti»; Saba e Montale, in poetiche diversissime fra loro, rievocarono gli oggetti umili leopardiani; Ungaretti ne rintracciò la ricerca di verità nascosta nel segreto della parola.
Di certo, la sua grandezza è stata, attraverso i differenti “prestiti” degli artisti che lo hanno seguito, ridotta e semplificata rispetto alla sua complessità originaria.

