Alda Merini, la pazza della porta accanto

«Ragazzetta milanese», la definì Pasolini nel 1947, quando Alda, appena sedicenne, già componeva poesie…

Salvatore Quasimodo ne pubblicò alcune sue opere.

Il 1965 fu l’anno in cui cominciarono a manifestarsi le crisi depressive,  l’anno in cui cominciò l’internamento nell’Ospedale Psichiatrico “Paolo Pini” di Milano, contro la sua volontà e con il consenso del marito, fino al 1972.

Con questi, un panettiere milanese, durante i periodici ritorni a casa, ebbe quattro figlie.

Rientrata in famiglia definitivamente solo grazie alla Legge Basaglia del 1978, cominciò a raccontare gli anni di sofferenza dei ricoveri, a dare voce al Male, che è 

«un vestito incandescente che diventa poesia… ecco il cambiamento della materia che diventa fuoco, fuoco d’amore per gli altri, anche per chi ti ha insultato […] (la dignità del poeta)», 

a raccontarsi attraverso la poesia, grazie alla quale trasformò i dolori in sogni. Gli stessi sogni che la ricondussero alla vita: 

«Quelle come me guardano avanti, anche se il cuore rimane sempre qualche passo indietro».

«La vita non ha senso, anzi è la vita che ci dà un senso, sempre che noi la lasciamo parlare, perché prima dei poeti parla la vita, dobbiamo ascoltarla la vita».

A chi le chiese, durante le interviste che rilasciò solo dopo gli anni bui della povertà e della solitudine che seguirono quelli dell’internamento, cosa fosse per lei la follia, rispose:

«La follia per me è stato un senso di disagio all’interno della famiglia; non era pazzia, era un vuoto a rendere alla vita, non c’entrava il manicomio; non credo nella follia, credo nel disagio psichico, nel disagio dell’ambiente, nella mancanza di religione, soprattutto nella mancanza d’amore, nego fermamente che ci possa essere un questionario che si chiama follia, non c’è…».

Arturo Benedetti Michelangelo fu il suo maestro di musica (amò la musica e suonava il pianoforte), ma nessun ricordo conservò di quel passato, a causa dei devastanti effetti dell’elettroshock, che all’epoca si praticava negli ospedali psichiatrici.

«La sofferenza è l’intelletto che vede sfiorire il corpo e la sua volontà».

L’amore è stato l’inizio delle sue opere e il dolore è stato 

«il cammino vero e proprio, con tante domande dentro […] che dà tante risposte. Senza il dolore credo si faccia poco», 

disse. 

Universali restano i temi nascosti all’interno della sua poesia:

«il mistero ci perseguita, il perché siamo venuti al mondo…ma voglio bene anche alla mia morte, so che me la porto in giro, è una dea…mi sarebbe piaciuto fare il curatore di anime».

Possiamo percepire tutta la malinconia di quello che suona oggi come un insegnamento:

«Una delle cose che noi tutti dobbiamo fare è lasciar vivere gli altri».

Del valore della poesia e del ruolo dei poeti fu certa: la poesia non fa mai astrazione del proprio tempo, il poeta è un cronista, un giornalista, parla della  propria esperienza, che è quella di tanti. 

Ma la poesia non è un prodotto di consumo, 

«quindi oggi non è interessante. Io non vedo un futuro per la poesia, credo che nel nuovo millennio scomparirà. D’altronde l’uomo ha preferito la tecnica. La poesia invece nasce dalla fatica di vivere il quotidiano».

Dovette attendere fino agli anni ’90 perché il proprio valore di poetessa venisse riconosciuto dagli editori e dalla critica. Allora divenne “la poetessa dei Navigli” – dal nome del quartiere milanese in cui era vissuta – eppure di sé stessa disse:

«Sono una donna molto semplice, molto alla mano, hanno fatto una costruzione enorme, ma in fondo io sono una persona di tutti i giorni, sono proprio la pazza della porta accanto, sono una persona normale, neanche matta poi tanto, no?».


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