Il contesto culturale
A metà del ‘900 Eugenio Montale fu considerato il più grande poeta italiano vivente, modello di cultura laica e liberale, di discrezione e di civiltà.
Fu nominato Senatore a vita nel 1967 e, nel 1975, ricevette il Nobel per la Letteratura, eppure continuò a condurre sempre una vita schiva e raccolta.
Nel 1980, caso unico per un autore contemporaneo vivente, fu pubblicata l’edizione critica della sua intera Opera in versi.
Cenni biografici (1888-1970)
Nasce a Genova nel 1896. Il paesaggio delle Cinque Terre, assolato e aspro, sarà una costante nella poesia montaliana.
Compie studi irregolari, diplomandosi ragioniere, appassionandosi in autonomia alla Letteratura e alla Filosofia; partecipa da volontario alla Prima guerra mondiale.
A 23 anni compone la sua prima lirica, Meriggiare pallido e assorto, che resterà anche una delle più significative della sua desolata visione del mondo.
Nel 1925 firma il Manifesto degli intellettuali antifascisti; durante il regime, poi, aiuterà artisti quali Carlo Levi e Umberto Saba (proprio a quest’ultimo dedicò l’articolo Omaggio a Italo Svevo, grazie al quale il romanziere triestino fu conosciuto in Italia).
Collabora con riviste letterarie e case editrici, consolidando il proprio prestigio culturale ed artistico, distinguendosi anche come traduttore e critico musicale.
Tra il 1961 e il ’62 riceve la Laurea in Lettere honoris causa dalle università di Roma e Milano.
Muore nel 1981.
La poetica e i temi
La sua poesia e il suo impegno intellettuale confluirono sempre verso la definizione della condizione dell’uomo contemporaneo, lasciando il motivo autobiografico in secondo piano.
In piena libertà, mosso da una profonda esigenza conoscitiva e non da criteri di scuola o schieramenti istituzionali, si interrogò sulla condizione di isolamento dell’individuo nel mondo contemporaneo, sulla difficoltà di trascendere i limiti di un’esperienza umana priva di significato.
Con una saggezza cauta, con la scelta umile del «lavoro inutile e inosservato», con il suo liberalismo disilluso, egli aspirò ad un’Italia europea, estranea a chiusure nazionali e provinciali, aperta alla cultura letteraria e filosofica internazionale, verso la comprensione critica della modernità.
In tal senso, per rompere quella «campana di vetro» del mondo (che gli sentiva come inganno e rappresentazione), egli si impegnò in varie attività di traduzione e di “scoperta” di autori italiani atipici, come Svevo e Saba.
La sua poesia metafisica, definizione dallo stesso usata in un’intervista, «nasce dal cozzo della ragione contro qualcosa che non è ragione», facendo parlare gli oggetti che sono legati a specifiche emozioni (correlativo oggettivo di Eliot).
È chiaro che questa nozione di poesia trova espressioni differenti nei vari momenti dell’attività di Montale, com’è naturale che sia per lo scorrere del tempo e delle vicissitudini della vita e della Storia.
Grazie al suo profondo rapporto con la tradizione italiana (da D’Annunzio a Gozzano, a Leopardi, a Dante e Petrarca), egli crea un linguaggio che è magistralmente fusione di letterario e realistico
Le opere
- In Ossi di seppia (1925) è il poeta stesso che, in Limoni, fa luce sulla sua concezione poetica: «i poeti laureati / si muovono soltanto tra le piante / dai nomi poco usati / bassi ligustri o acanti. / Io per me amo le strade che riescono agli erbosi / fossi dove in pozzanghere / mezzo seccate agguantano i ragazzi / qualche sparuta anguilla».
Egli usa forme colte e preziose, ma si avvicina alla concretezza delle cose, spesso con una nomenclatura assai puntuale; un linguaggio «scabro ed essenziale». Ed ironizza: non c’è bisogno di altisonanti «poeti laureati» per sentire il senso angoscioso della vita. In quella natura placida, un paesaggio ligure pietrificato, «l’odore dei limoni» inebria l’essere e il prodigio si compie : «piove in petto una dolcezza inquieta».
Ma è stata solo un’illusione e, proprio quando si è sul punto di scoprire quell’«ultimo segreto», quella risposta, quell’«anello che non tiene», il mistero mai svelato ci riporta bruscamente alla realtà che, però, mai impedirà all’animo umano di abbandonarsi ancora a quella stessa illusione: «un giorno da un malchiuso portone tra gli alberi di una corte ci si mostrano i gialli dei limoni».
È un’interrogazione del «male di vivere» appassionato ma non magniloquente, come l’osso di seppia, sballottato e levigato dalle onde, ridotto alla sua essenza più nuda, come l’immagine che «trema» mentre «cigola la carrucola nel pozzo» e il passato si deforma. Come il meriggio assolato e la canicola, che sono tutte pitture dell’animo, del suo travaglio che, alla fine della sua insistente ricerca, si troverà sempre davanti a una «muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia».
Spesso il male di vivere ho incontrato, composta da due quartine di endecasillabi, tranne l’ultimo verso (due settenari), attraverso il correlativo oggettivo, propone i simboli del disagio esistenziale, unico rimedio al quale è la «divina Indifferenza», come quella della statua, pietrificazione dell’animo umano.
In Felicità raggiunta c’è la paura di una delusione grande: «e dunque non ti tocchi chi più t’ama», sognala la felicità, ma non sperare di averla raggiunta perché, quando stai per raggiungerla, ti ferisce ed è già svanita. E chiude: «ma nulla paga il pianto del bambino a cui fugge il pallone tra le case».
- Ne Le occasioni (1939) la riflessione esistenziale si concentra tutta sugli oggetti, partendo da un’occasione, una «spinta» interiore, un ricordo.
Il linguaggio poetico si fa più difficile, si avvicina all’Ermetismo e a quella tendenza della poesia degli anni ’30 a chiudersi in sé stessa, rifiutando il fascismo e l’asservimento alla cultura ufficiale. Ma, a differenza dell’Ermetismo vero e proprio, la poesia di Montale, anche nella sua più impenetrabile difficoltà, resta lontana da ogni indeterminatezza. Essa è estranea al metodo ungarettiano dell’analogia e si concentra su oggetti ricavati dalla realtà, dalla cultura, dall’esperienza personale, correlativi ed emblemi della condizione del mondo, da cui parte un’inquieta interrogazione sulla distanza e sulla memoria.
Di fronte all’oppressione della dittatura, la poesia offre occasioni di «alterità».
La casa dei doganieri è esempio di rievocazione nel tempo e nello spazio di un «tu», una figura femminile perduta o irraggiungibile che assume una forza salvatrice (il richiamo della donna-angelo dalla lunga tradizione letteraria), ma ultima preziosa difesa contro la barbarie che sta scatenandosi nel mondo. Ma anche la speranza momentanea è negata e la casa trattenuta unilateralmente – «ne tengo un capo» -, sconfitta dal tempo fisico, si allontana: «Tu non ricordi la casa di questa / mia sera. Ed io non so chi va e chi resta».
- La successiva raccolta, La bufera e altro (1956), coglie ancor più il male di vivere nella sua dimensione storica, all’«ora della tortura e dei lamenti», nella bufera della Seconda guerra mondiale che si traduce, sul piano lessicale, nelle espressioni più scabre dello stravolgimento della vita umana.
La bufera, in cui una natura in tempesta dà stranezza allucinata alle cose, fa da sfondo inquietante ad una figura femminile (che si rivela e sparisce): «mi salutasti per entrare nel buio». E gli effetti della luce, del suono «marmo manna / e distruzione» richiamano il presente minaccioso della guerra. A questo percorso tra figure femminili diverse si intreccia un passaggio tra due situazioni storiche: dall’orrore della guerra all’angoscia del Dopoguerra e della Guerra fredda, in cui egli sente la fine di un’intera civiltà
- La raccolta Satura (1971), nella dimensione della vecchiaia del poeta, radicalizza ancor più la sua posizione di distacco quotidiano e di rifiuto di ogni speranza sociale.
La morte di Dio è lo svuotamento di ogni valore, è il fantasma della società tecnologica e amministrativa che sfugge al controllo dell’uomo. La civiltà di massa è una trappola alla quale «c’è chi sopravvive». Ma è una sopravvivenza quasi casuale, dovuta alle maglie rotte della Storia, non la felicità.
L’atteggiamento di Montale in Satura è forse tutto racchiuso in questi versi: «Ho contemplato dalla luna, o quasi, / il modesto pianeta che contiene / filosofia, teologia, politica / pornografia, letteratura, scienze / palesi o arcane. Dentro c’è anche l’uomo, / e io tra questi. E tutto è molto strano».
Montale non ha trovato il varco, ma una sorta di volontaria esclusione, che non coincide con la divina Indifferenza, bensì con l’acquisizione di un punto di osservazione che, pur nelle amarezze della rinuncia alla conoscenza della verità, testimonia un interesse non domato per la vita.
Come un vero classico, penetrando nella comune coscienza della poesia del ‘900, ha dato voce alla condizione dell’uomo in un mondo desolato senza significato.

