Umberto saba

Il contesto culturale

Umberto Saba non può essere identificato con nessuna tendenza della cultura italiana del XX secolo; la sua figura e opera hanno caratteri del tutto particolari, che inaugurano una linea alternativa della lirica novecentesca, rivolta a un più diretto interesse alla vita e alla realtà ed estranea alla ricerca di linguaggio puro.

Questa sua posizione appartata è da ricondursi innanzitutto alle sue radici ebraiche e triestine (ai margini degli orizzonti culturali italiani, ma, nello stesso tempo, con un’apertura europea).

Cenni biografici (1883-1957)

Nacque a Trieste nel 1883 da madre ebrea, con il vero nome di Umberto Poli. Il difficile contesto familiare (fu abbandonato dal padre prima della nascita e a pochi mesi di vita venne affidato alle cure della balia, Peppa Sabaz, in omaggio della quale cambiò il proprio cognome; sabaz, tra l’altro, in ebraico vuol dire pane), insieme a contrasti di razza e religione, provocarono in lui traumi che sarebbero poi sfociati in una grave forma di nevrosi. Questa malattia nervosa lo avrebbe anche avvicinato alla terapia psicoanalitica, che pure influenzò la sua opera.

Compì studi irregolari e mai portati a termine, ma attraverso la passione per la poesia registrò tutte le fasi della propria vita.

Fu interventista nella Prima guerra mondiale, desiderando la liberazione di Trieste dal dominio austriaco; qui acquistò una libreria antiquaria che divenne un luogo di ritrovo per gli intellettuali della città.

Dedicò alla moglie Lina e alla figlia Pinuccia, nonché alla propria città alcune delle sue più belle liriche.

Ignorato al principio, il valore della sua opera (soprattutto grazie a Montale) fu manifestato da vari riconoscimenti pubblici (tra cui la laurea honoris causa nel 1953), ma questo non bastò a risollevarlo dalla sua condizione e dalla sua malattia, per le quali subì una lunga serie di ricoveri. 

Morì nel 1957 a Gorizia.

La poetica e i temi

La vita fu il tema centrale che alimentò la sua poetica; la vita in ogni sua forma, per la quale l’uomo non è né isolato né incomunicabile, ma immerso nella ricerca introspettiva del proprio Io.

Per questo le persone, i paesaggi, gli animali, le attività quotidiane, il gioco  sono i soggetti della sua poesia, insieme al dolore. Dell’uomo e della collettività, per le vicende storiche, le oppressioni, le ideologie, la morte, l’inquietudine, la stanchezza.

Con uno stile lontano dalle Avanguardie futuriste, dalle forme essenziali dell’Ermetismo, dai toni dei Crepuscolari, si affidò con fiducia alla capacità della parola, al di là delle mode: «ai poeti resta da fare la poesia onesta», ossia senza finzione, senza artifici (in antitesi con D’Annunzio).

La sua poesia è autobiografica, ma egli non vuole certo trasformarla in un’opera d’arte (come volevano invece i Decadenti); essa è confessione e scavo nel profondo e nell’infanzia.

In tempi di sperimentalismo, egli riafferma il legame alla tradizione, con l’endecasillabo, la rima, la sintassi: «Amai trite parole che non uno / osava. M’incantò la rima fiore / amore, / la più antica difficile del mondo». Il tono discorsivo è coerente con la sua poetica: «il mondo ha più bisogno di chiarezza che di oscurità».

Le opere

Il Canzoniere è il “romanzo” lirico della sua vita, al quale egli lavorò perpetuamente, modificandolo sempre, al punto da costituire, oggi, un campo vasto e delicatissimo per i filologi. 

Esso ripercorre i nodi fondamentali della sua esistenza: il servizio militare, l’amore per la moglie e per Trieste, la Guerra, le Leggi razziali che lo costrinsero a lasciare la sua città.

A differenza del Canzoniere petrarchesco (modello tradizionale di purezza), egli intendeva raccogliere in un libro i segni della vita in tutta la sua impurità, un miscuglio di gioie e dolori, della realtà quotidiana molteplice e frantumata.

Prese forma, quindi, dalla successione delle diverse raccolte, disposte cronologicamente e legate ai vari momenti della vita del poeta. 

Contrariamente a tanta poesia del suo tempo, le forme tradizionali del linguaggio poetico costituiscono per lui una base necessaria, sicché tutta originale è la sua sovrapposizione tra linguaggio letterario, linguaggio comune, alla ricerca di una dimensione infantile quale aspirazione ad una felicità calda e concreta (non siamo affatto in presenza del fanciullino del Pascoli).

Eppure dietro questa sua parola sincera, nella sua poesia immediata, spontanea, si cela il baratro dell’angoscia, si affacciano i lampi di un male sotterraneo: partendo dalla sua infanzia, alle sue crisi familiari con la moglie, all’esperienza psicoanalitica, al tempo triste del dopoguerra.

La costruzione della raccolta si pone come la costruzione di una vita che sempre sfugge via, il canto di un amore che sempre si sottrae, di una parola viva, rivolta ad un pubblico di morti che sembra chiedere di essere dimenticata: «Parlavo vivo a un popolo di morti. Morto allora rifiuto e chiedo oblìo».

La capra è una lirica composta da strofe di lunghezza irregolare, di endecasillabi, settenari e un quinario liberamente rimati, in cui anche il silenzio diventa un elemento espressivo. L’analogia con la capra àncora la poesia al nucleo centrale: l’invariabilità del dolore; essa è «sola», «legata», «bagnata» e questo è il destino che la accomuna all’uomo.

Il tutto con uno stile semplice, incisivo, con il fondersi di due registri, aulico e informale.

In Al lettore, è Saba stesso che ci conduce all’interpretazione della propria poesia, rivolta direttamente ai lettori con un linguaggio che punta alla verità e che ha come oggetto le cose semplici, come «un canarino e TUTTO IL MONDO».


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