Il contesto culturale
Etichettare movimenti culturali, letterari e processi storici è sempre un’operazione riduttiva, per la fluidità degli stessi, sicché è molto difficile dare una collocazione cronologica precisa all’Ermetismo.
Etichetta generica coniata nel 1935 dal critico Francesco Flora, con accezione negativa, essa indicò un modello di lirica che si impegnava a scavare nel linguaggio attraverso un codice chiuso ed oscuro (si parlò di gelosa custodia dei sentimenti), in alternativa, se non in opposizione diretta, alla lingua della cultura ufficiale, della politica e, quindi, al fascismo e alla sua retorica.
Comune a tutti gli Ermetici fu la ricerca di un linguaggio essenziale; essi volevano rendere più la sensazione (che è primigenia) che il sentimento (che è successivo).
Volendo disegnare, quindi, una scansione temporale, possiamo sottolineare che si lasciarono chiamare Ermetici gli artisti degli anni ’30, più giovani di almeno una generazione rispetto ad Ungaretti, ma che trovarono nella sua prima produzione, così come in quella di Montale, grandi intuizioni e ispirazioni poetiche, già a partire dagli anni ’20.
Cenni biografici (1888-1970)
Giuseppe Ungaretti nacque ad Alessandria d’Egitto nel 1888, formandosi in un crogiolo di etnie e culture diverse.
Visse a Parigi, fu un acceso interventista e si arruolò come soldato semplice nella guerra sul Carso. L’esperienza devastante della guerra sarà il cardine attorno al quale gireranno i componimenti del primo Ungaretti.
Va ricordata anche la sua adesione senza riserve al fascismo (1919) e che egli, a differenza di altri scrittori, la visse senza spinte contraddittorie, opportunistiche o ripensamenti.
Viaggiò molto e insegnò Lingua e Letteratura italiana a San Paolo del Brasile, dove perse il figlio Antonietto, di soli nove anni.
Dopo la Liberazione, i suoi trascorsi ideologici lo resero oggetto di critiche e polemiche; sicché nel decennio ’50-’60 pur ottenendo, in Italia e all’estero, numerosi riconoscimenti e premi, non ricevette mai il Nobel, due volte negatogli.
Morì a Milano nel 1970, dopo aver continuato a viaggiare e raccolto tutte le proprie opere nell’edizione definitiva Vita d’un uomo.
La poetica e i temi
Egli cercò sempre un’adesione all’essere storico, legando la propria voce alla situazione del presente.
Alla fiducia di Saba nella capacità della parola egli oppose la ricerca di una forma poetica essenziale, partendo dalla consunzione del linguaggio. In tal senso, fu proprio lui ad inserire in maniera integrale la poesia italiana nelle prospettive del Simbolismo europeo (che aveva preso avvio, con Baudelaire specialmente, con l’uso del simbolo e dell’analogia, nella Francia del secondo Ottocento).
Ungaretti concepì tutta la sua opera come un intreccio di riscritture, correzioni, perfezionamenti, accumulando varianti su varianti, ma, differentemente da Saba, i significati profondi della parola poetica vanno ricercati non solo nei risultati finali (Saba si proietta verso il recupero di una poesia originaria della sua vita), ma piuttosto nel percorso compiuto nel cercarli.
Per Ungaretti la poesia è testimonianza dell’uomo e reca in sé qualcosa di sacro perché resiste alla distruzione e alla violenza della storia: con essa l’uomo si fa portavoce di tutto un popolo (nella condizione della guerra, soprattutto).
Le opere
- Nella sua prima fase poetica, anni Dieci, in Allegria, egli riduce la parola al minimo, sparisce la punteggiatura.
Mattina è celebre per per i suoi due soli versicoli «Mi illumino/d’immenso». È considerato, per questo, il caposcuola della poesia ermetica, anche se poi egli andrà al di là della corrente, trascendendo a valori universali, come Montale.
Al grado zero della vita che, per analogia, egli fa coincidere con le aride pietre del Carso, l’Io riafferma tragicamente la propria vitalità, insiste a cercare valori segreti e inafferrabili.
Il porto sepolto vuole alludere proprio «a ciò che di segreto rimane in noi, indecifrabile» e alla funzione della poesia come scavo, alla ricerca di «Quel nulla/di inesauribile segreto». E allo stesso modo, Allegria allude alla paradossale vitalità che si afferma in mezzo alla morte «E subito riprende/il viaggio/come/dopo il naufragio/un superstite/lupo di mare». Una disposizione costante nel poeta: la volontà di ricominciare daccapo dopo la constatazione di un fallimento. Così, al naufragio si oppone l’allegria (dello scorgere la costa), la quale si esplica anche in Veglia, nell’attaccamento alla vita, o nella funzione svolta dall’illusione nei famosi versi «uomo di pena, ti basta un illusione per farti coraggio».
In Veglia, Fratelli, Soldati, San Martino del Carso leggiamo gli accenti sul dolore di quanti hanno perso i propri affetti «Di tanti/che mi corrispondevano/non è rimasto/neppure tanto», sulle agonie di tanti giovani che hanno visto la propria vita cadere d’improvviso «Come d’autunno sugli alberi le foglie». Lo sgomento e l’ansia di avvertire la propria esistenza come attaccata ad un filo. Lo strazio di «Un’intera nottata/buttato vicino/ad un compagno/massacrato».
In Fiumi, in un momento di sospensione in cui dimentica la costante disarmonia tra sé stesso e le cose, egli si sente «una docile fibra/dell’universo», una parte del tutto, all’unisono con esso.
Dopo la sua prima fase, il simbolismo di Ungaretti si incontra con le esigenze di ritorno all’ordine del Primo dopoguerra e quindi abbandona le soluzioni più audaci.
- In questa sua seconda fase, anni Venti fino a Sentimento del tempo (1933), la sua poesia è caratterizzata da un’espressione più ampia e distesa.
Il cambiamento stilistico corrisponde anche a cambiamenti tematici: egli ora si interroga sulla solitudine dell’uomo di fronte al male, alla morte, sulla vanità dell’esistenza e, nella propria intima sofferenza, trova l’ispirazione per i suoi componimenti migliori. Aspira a dar voce ai conflitti interni: la ricerca di certezze, gli approdi, il misterioso «sentire il tempo, l’effimero in relazione con l’eterno», dirà il poeta stesso.
La madre dà voce allo sgomento con il quale ogni uomo si accosta al pensiero della morte, invalicabile «muro d’ombra».
E vivi sono anche segni della sua conversione religiosa (1928).
Sarà sua madre, egli immagina, a confortarlo nel momento più oscuro, a condurlo «davanti all’eterno», «decisa», perché il proprio figlio possa salvarsi di fronte al Signore.
La poesia ungarettiana muove da una visione dolorosa e la sua tragedia nasce dalla disarmonia che egli avverte tra sé stesso e le cose, «diario lirico di un uomo di pena». E la pena è quella individuale, per la morte del figlio e del fratello, ma anche quella collettiva, per la distruzione della guerra.

