Giovanni verga e il Verismo

Giovanni Verga

Il contesto culturale

Intorno alla metà dell’Ottocento il Realismo indicò i dettati i dibattiti culturali che si avviarono in Francia e che produssero la diffusione di una letteratura e di un’arte di tipo realistico, ossia che si avvicinasse al vero nella rappresentazione della realtà.

  • Una possibile schematizzazione identifica nel Positivismo francese (poi diffuso in tutta Europa) la corrente filosofica che, opponendosi alle interpretazioni metafisiche soggettive del Romanticismo, promosse verità oggettive e dati scientificamente accertabili; 
  • nel Naturalismo (secondo l’accezione che ne diede Emile Zola, maggior rappresentante artistico) quelle esperienze letterarie, soprattutto francesi, che intesero rappresentare concretamente la realtà in maniera oggettiva, come in un laboratorio; 
  • nel Verismo le soluzioni narrative italiane caratterizzate anche da un interesse per le singole realtà regionali, soprattutto contadine meridionali. 

Attraverso il canone dell’impersonalità i personaggi parlano direttamente della propria condizione mentale e sociale, senza che l’autore proietti su di loro le proprie idee e i propri sentimenti.

Tale canone, vedremo, verrà osservato nel Verismo solo nel non intervenire nei fatti (Verga sosteneva che un’opera senza lacrime non può essere arte). 

Al contrario, i Naturalisti lo osservarono scrupolosamente, conferendo alle opere il carattere di un freddo documento e scegliendo come protagonisti individui abietti e sordidi. In Italia, la tradizione moderatrice fece sì che i personaggi venissero attinti dalle miniere, dalle campagne, dai luoghi di fatica e sofferenza; elementari perché privi del peso della cultura, ma eroi della rassegnazione nella fatica mai passiva per l’esistenza, continuando sempre a lavorare.

Quanto allo stile, esso si discostò da quello semplice ma nobile, parafrasando Manzoni, del Romanticismo, scegliendo il linguaggio stesso dei personaggi.

Il maggior teorico del Verismo italiano fu Luigi Capuana, mentre Verga ne fu il maggior rappresentante artistico, anche se riduttiva risulta una definizione del genere, poiché l’opera verghiana trascese le connotazioni veriste, assurgendo ai valori universali della vita e, quindi, dell’arte.

Cenni biografici (1840-1922)

Nato in Sicilia da una antica famiglia nobile siciliana, la vocazione di scrittore di Giovanni Verga prese avvio dal contatto con le città più vitali del nuovo Stato unitario (Firenze e Milano), in cui incontrò modelli culturali ed un pubblico nazionale, dalla conseguente riscoperta delle proprie radici provinciali con la volontà di recuperare la realtà siciliana e darle voce di fronte al chiuso conservatorismo sociale, e dall’interesse per la questione meridionale.

Visse una vita lunga e, in occasione del suo ottantesimo compleanno, gli vennero tributati grandi onori, che però egli considerò tardivi, allontanandosi sempre più dalla vita politica italiana. Sicché, accolse con freddezza anche la nomina a Senatore, nel 1922, morendo  poi pochi mesi più tardi.

Le opere e i temi

  • La novella Nedda è la sua prima rappresentazione del mondo contadino siciliano. È la prima creatura del più grande Verga, la prima di quei personaggi avviluppati nelle loro amare vicende, senza il bagliore della speranza, senza luce di Provvidenza, eroi della rassegnazione

Qui è ancora presente il punto di vista dell’autore, ancora si avverte la sua commossa partecipazione: «forse sarebbe stata bella, se gli stenti e le fatiche non avessero alterato profondamente e non solo le sembianze gentili della donna, ma direi anche la forma umana», «povera figliola».

È la pietà del Verga che diventerà, nelle opere successive, nascosta ma non per questo meno profonda, affermò benedetto Croce.

Nedda, in ogni suo dignitoso gesto di rassegnazione, è già un’eroina: «diede ai becchini quei pochi soldi che le rimanevano perché facessero a modo» e profonda è la penetrazione psicologica dell’autore: «fra tutte le miserie del povero c’è anche quella del sollievo che arrecano quelle perdite più dolorose per cuore».

Quella «povera formica», Nedda, madre disperata, «invano tentò spremere fra i labbruzzi  affamati il sangue del suo seno».

Nedda e i suoi baci che «chissà» avrebbero potuto risvegliare la sua creatura.

Nedda, «il cuore grande come il mare», eroina del dolore della vita: «Oh benedette voi, che siete morte! Oh benedetta voi, Vergine santa! Che mi avete tolto la mia creatura per non farla soffrire come me!».

Nel giro di pochi anni, anche grazie all’incontro con Luigi Capuana, Verga conquistò appieno la sua nuova ottica verista che, attraverso il canone dell’impersonalità, intendeva guardare al mondo dei contadini o dei pescatori da una certa distanza.

  • Progettò quindi un ciclo di romanzi I vinti, con cui egli avrebbe voluto analizzare la condizione umana attraverso una famiglia di pescatori con I Malavoglia, l’ambiente dei nobili con La duchessa di Leyra, di cui scrisse solo il primo capitolo, l’ambiente politico con L’Onorevole Scipioni, mai scritto, l’esteta con L’uomo di lusso, mai scritto, l’ascesa sociale con Mastro Don Gesualdo.

I vinti sono tutti quelli che soffrono, quelli sconfitti, che i marosi della vita abbandonano spolpati sulla riva del mare. 

Egli rappresenta i vinti sotto qualsiasi cielo e questi personaggi, come anticipato, sono elementari nell’animo perché non hanno il peso della cultura, ma non sono abietti. Traggono la propria forza dal lavoro, dalla casa, dalla famiglia, dal possesso materiale che, alla fine, diventa etico. Quei «poveri diavoli» reggono la propria esistenza rassegnata con la religione della famiglia e l’ideale dell’ostrica, in grado di sopravvivere solo rimanendo attaccata allo scoglio.

  • Con la raccolta di novelle Vita dei campi, Verga cambia radicalmente l’orizzonte della comunicazione narrativa, che diventa profondamente veristica, dando voce, attraverso la voce di un narratore popolare, alla misera, dura e violenta vita della campagna siciliana.

Tra queste è la novella Rosso malpelo. Un fanciullo che è un eroe della rassegnazione alla violenza spietata tra gli uomini, nessuno dei quali ne comprese la disperazione mentre le sue mani si insanguinavano, scavando nella rena, per ritrovare il padre.

Egli era solo il ragazzo cattivo, che si era salvato dal crollo perché era malpelo, dagli «occhiacci grigi». Nessuno dei quali lo vide ogni domenica rimanere in casa  a  lustrare le scarpe del padre, per ore, per sentirne ancora l’affetto, l’unico della sua vita. E nessuno lo vide inoltrarsi in quella cava oscura, dalla quale non sarebbe più tornato.

Allo stesso modo, nelle altre novelle, i protagonisti sono degli emarginati che per ragioni economiche o materiali (Jeli il pastore) o per caratteristiche fisiche, come Rosso, o per motivazioni morali (La lupa), vengono messi al bando dalla comunità.

Questo tema dell’estraneità sarà ripreso nella figura di ‘Ntoni.

La giustificazione ideologica del potere economico e della violenza si manifesta come una legge alla quale è impossibile sfuggire. Così, Rosso non tenta neppure di sfuggirla, essendo consapevole di dover necessariamente soccombere e, allo stesso modo, la Lupa. Questa, che oppone alla morale familiare e sociale la propria ardente passione amorosa, non può che soccombere perché rappresenta un tipo umano che capovolge l’ordine tradizionale del contesto sociale in cui vive.

  • I Malavoglia e Mastro Don Gesualdo, come detto, dovevano essere parte di un ciclo, un progetto che avrebbe dovuto analizzare la negatività di tutti gli strati della società contemporanea (secondo un procedimento dalla periferia al centro), ma probabilmente l’autore non aveva trovato, nelle rigide finzioni delle classi più elevate, l’autenticità e la grandezza che invece, nonostante tutto, aveva visto sopravvivere nel mondo contadino siciliano e, di conseguenza, tale progetto non fu portato a termine.

La narrazione si fonda su un’ottica oggettiva, registrando la violenza della realtà; i punti di vista dei personaggi sono illuminati dall’interno, attraverso l’uso dell’indiretto libero

Pur nella diversità delle due trame e delle situazioni (il primo è più poetico, nel secondo c’è un più crudo realismo), è possibile tracciare un’analogia tra la sconfitta del giovane ‘Ntoni e quella di Mastro Don Gesualdo: sono un senso di rivolta dell’animo, un desiderio di cambiamento e miglioramento, rispetto a quel mondo di lavoro estenuante senza mai una giusta ricompensa, che muovono i due personaggi.

L’insofferenza verso l’angusto mondo delle plebi diseredate spinge entrambi ad uscirne e a cercare la felicità in una condizione sociale più elevata, quella della borghesia lussuosa e scintillante. La roba di Mastro Don Gesualdo dà sicurezza e perciò diventa possesso etico: l’uomo che si sente nulla di fronte all’universo deve trovare un approdo (in questo caso, la roba).

‘Ntoni non riesce a conquistare il proprio sogno e, quando comprenderà che anche le vere ricchezze alle quali è sfuggito per tutta la vita (la famiglia, l’onore) sono perdute, egli sarà davvero vinto.

Ma nel suo ultimo allontanamento, che non è più una fuga, con la consapevolezza di quanto ha davvero perduto, egli mostra la dignità ed il coraggio che lo riscattano da una vita di fughe. 

Ma cosa sarebbe accaduto se ‘Ntoni fosse riuscito a realizzare il proprio sogno di ricchezza?

Mastro Don Gesualdo ci è riuscito, è giunto all’apice del proprio successo, eppure è stato vinto dal suo stesso sogno. Si ritrova solo, in quel mondo tanto agognato di nobili e ricchezza che lo rifiuta e non lo accetterò mai, perduto anche il suo vecchio mondo che ora lo invidia, ne approfitta o non lo riconosce più.

Solo e segnato, fino all’ultimo istante, dall’inutilità di sacrifici per conquistare quella condizione: «Si vede com’era nato, osservò il cocchiere maggiore, guardate le mani».

E allora la sconfitta ti piega, sotto ogni cielo, inevitabilmente. Ma un bagliore di luce, in ogni creatura verghiana, c’è: quello che li ha fatti essere eroi, la dignità di andare avanti.

Eredità verghiana

Un cupo pessimismo alimenta la poetica di Verga e la visione della vita, in generale. È l’esistenza stessa a rendere infelice l’umanità tutta, indipendentemente dalla classe sociale, dall’esser vincitori o vinti (Manzoni); senza luce di Provvidenza e senza il titanismo romantico e leopardiano.

La sola possibile risposta è la muta rassegnazione, risposta che quindi lo allontana dalla concezione positivistica del suo tempo, fiduciosa nel destino degli uomini.