Ugo Foscolo: l’indole e la poetica

Ugo Foscolo può essere paragonato a Dante per la sua abissale profondità e grandezza.

Venezia fu la sua patria politica, Firenze quella artistica; la Grecia, patria materna, la patria del sangue.

Nacque a Zante (grecamente Zacinto), nelle isole Joniche, allora possedimento della Repubblica Veneta. Trasferitosi in quest’ultima da giovanissimo, strinse rapporti con letterati e poeti, ricevendo influssi preromantici e ossianeschi, immergendosi nel culto omerico (ne tradusse l’Iliade), seguì le lezioni del  Cesarotti (traduttore di Ossian), che intuì le sue doti e lo incoraggiò al culto della poesia.

Conobbe Ippolito Pindemonte e venne introdotto nei salotti letterario-mondani di due gentildonne veneziane, Giustina Renier Micchel e Isabella Marin Teotochi Albrizzi (l’amore per la quale ispirò Le ultime lettere di Jacopo Ortis). 

Divenne amico di Vincenzo Monti, visse molti amori, ebbe un temperamento vigoroso e sempre rimase un «liber uomo Niccolò Ugo Foscolo» nei rapporti con Napoleone.

Visse una vita lussuosa e piena, alternando nondimeno momenti di dissipazione e inerzia, soprattutto verso la fine. 

Morì a Londra, dopo aver trascorso i suoi ultimi anni nei quartieri più poveri, dove fu sepolto in un primo momento, prima che le sue ceneri fossero trasferite nella Basilica di Santa Croce a Firenze, con un monumento degno, accanto alle «itale glorie» che il poeta aveva celebrato nel carme Dei Sepolcri.

Contesto storico-culturale

Lo inquadriamo in un periodo in cui l’Illuminismo è ancora in vigore, per cui egli muove da una concezione meccanicistica della vita, dalla filosofia sensistica per cui tutto si trasforma nel crogiòlo della materia. Eppure tale concezione per cui sia l’uomo grande che quello piccolo spiritualmente fossero destinati alla medesima sorte, l’oblio, non lo appaga. 

Per la propria indole pensosa, la ragione diventa un dono funesto perché rende gli uomini consapevoli della propria miseria di fronte alla natura e alla morte. 

Ed è proprio con questo ragionamento che si passerà dall’Illuminismo al Romanticismo.

I temi

Foscolo porta nell’arte una ribellione del sentimento di fronte alla ragione

Si parla di religione delle illusioni perché le illusioni per lui diventano un credo: esse non sono una certezza, ma l’uomo ad esse si appiglia perché gli danno la forza di sopravvivere. Esse hanno la forza e la tenacia di una religione perché nascono dalla fede incrollabile del poeta che, immergendosi in esse, riesce a superare il pessimismo della filosofia sensistica. 

Ed essendo le illusioni a dare la forza di andare avanti, egli rivaluta la grandezza individuale dell’uomo, che è in grado di lasciare un esempio agli altri e che sarà ricordato. 

All’uomo che non possiede un animo grande, invece, le illusioni non servono perché questi non sente il bisogno di ribellarsi alla concezione meccanicistica della vita. 

L’uomo grande, astretto da tutte le leggi della natura, per sentirsi libero deve vivere nell’ambito dei suoi sentimenti: 

  • l’amore, anche se è destinato a morire (gli amori di Foscolo, infatti, non si realizzano quasi mai); 
  • la gloria, che mette in evidenza la personalità e l’individualità contro il piatto livellamento dell’Illuminismo; 
  • la bellezza (già motivo neoclassico, dono degli dei dato alle menti umane per vaneggiare), che dà attimi immemori e linfa vitale allo spirito romantico; 
  • il desiderio della morte, che sottrae alle pene, tuttavia l’istinto di attaccamento alla vita, il sentimento di dignità dell’uomo che resiste alle sciagure, affinché la sua vita sia magari d’esempio gli altri uomini, lo fa vivere pur negandogli la serenità.

Nei suoi scritti si intrecciano Classicismo e Romanticismo, il linguaggio è puro, il mito è intessuto di una nuova spiritualità romantica, per cui egli trova in quest’ultimo verità eternamente valide

L’Ellade è la patria cui lo spirito anela, ma con la nuova coscienza che tale armonia è irrealizzabile

Foscolo è consapevole che la vita è una sciagura, ma alla fine riesce a trovare la forza di andare avanti, rinunciando ai suicidi di protesta alfieriani, perché la morte, pur cessando i dolori, nega la luce, la bellezza, la speranza, la bellezza consolatrice della poesia, propria e altrui. La poesia inoltre è immortale, eterna e non cadùca come la bellezza o la gloria. Essa è la più fertile delle illusioni perché in essa rivivono tutte le altre.

Finché il sole splenderà su tutte le sciagure umane, la poesia è un rifugio alla nostra disperazione ed il suo compito, secondo il poeta, in mezzo alle disarmonie della vita ad ogni giorno, è proprio di rintracciare «quell’universale secreta armonia che l’uomo anela di ritrovare come necessaria a ristorare le fatiche e i dolori della sua esistenza».

Egli si divertiva a cercare le tipologia del proprio cognome (Fos = luce, Colé = rabbia): egli fu un vulcano di sentimenti, un poeta universale.

Le opere

  • 1796

Le ultime lettere di Jacopo Ortis sono romanzo epistolare, genere già di moda nella letteratura del Settecento, che egli arricchisce con nuovi temi. Nasce nell’ambiente del salotto di Isabella Teotochi, nel quale si discuteva di varie tematiche e vicende che avevano luogo in Italia: nel 1797, con il Trattato di Campoformio, la Repubblica di Venezia cessò di esistere, quindi la delusione politica, il motivo patriottico si aggiungono al motivo della delusione amorosa (I dolori del giovane Werther, romanzo di Goethe, certamente lo aveva ispirato, ma molti sono anche i riferimenti autobiografici). Il suicidio di Jacopo, tuttavia, è da attribuire, oltre che a questi due motivi, anche all’incomunicabilità tra il giovane che voleva agire, essere utile alla società, e la società stessa, che non gli permetteva di farlo. 

Werther è un reietto della società perché non riesce a sopportare i dolori della vita, Jacopo invece non trova in nessun modo la possibilità di agire, non riesce a sopportare l’inazione, e l’impossibilità di inserirsi in un ritmo vitale. 

Sin dall’inizio c’è in lui il pensiero della morte: avrebbero potuto salvarlo la patria o l’amore, ma ciò non si è verificato. La prosa quindi risente della passionalità del Foscolo, per cui essa non è del tutto rasserenata e c’è ancora un po’ troppa enfasi rispetto alle opere successive, sia per la presenza di motivi autobiografici sia per i risentimenti della poesia sepolcrale inglese. Ma nelle prime opere sono sempre presentati in embrione i motivi che poi si schiuderanno in seguito, nel respiro della poesia, per cui in tal senso il romanzo è una sintesi di tutto il viluppo di affetti diversi che in quegli anni si agitavano nella vita del Foscolo: 

  • la funzione catartica della bellezza, la divina bellezza della figlia del Signor T.;
  • le ripercussioni di questo amore sulla sua anima, sicché egli racconta più una storia spirituale tra Jacopo e Teresa (come Laura e Petrarca); 
  • il motivo costitutivo dei Sepolcri, la visita alla Basilica di Santa Croce a Firenze, dove aveva visitato le tombe di Machiavelli, Michelangelo, Galileo. 
  • 1796-1803

I Sonetti hanno suggestioni affascinanti che fanno perdere un paradiso di bellezza. Troviamo uno stile puro ed un linguaggio eletto e neoclassico, ma con una spiritualità nuova

Parafrasando Carducci, essi hanno «la dolcezza del canto dell’usignolo e la malinconia della morte» ed infatti contengono tutte le idealità che saranno riprese nei Sepolcri

Tutti muovono da una mossa pressoché comune: egli comincia diffondere il canto della sua anima dopo una lunga meditazione che vuol poi trovare una conclusione. Di qui il tono pacato che però nasconde tutto un fervore di vita, passioni e sentimenti. 

Alla sera è il sonetto che inneggia alla morte come consolatrice, ma una morte cui pensa sul far della sera. Questa infatti gli ricorda la pace della morte che però non è cessazione di vita, ma in un certo senso sopravvivenza. 

Parafrasando Ungaretti, diremmo che Foscolo vuol diventare una «docile fibra dell’universo», come se volesse perdersi in questa immensità di tempo e di spazio che ci travolge, per continuare a sopravvivere.

Sia le sere estive, corteggiate dalle dolci nubi, sia quelle invernali, in cui nubi pregne di freddo e neve portano dal cielo tenebre di gelo, scendono nelle fibre più segrete del suo essere e lo accompagnano nei suoi intimi pensieri al «nulla eterno». Egli quindi nella contemplazione di quella pace, sente placarsi il suo «spirto guerrier»: le emozioni dormono, ma non scompaiono perché la sua anima già romantica rifiuta l’idea della morte come fine di tutto. La sera piacevole perché gli consente di vagare in questa infinità di spazio e tempo (che è «reo» perché distrugge tutto, la bellezza, l’amore), donatrice di pace, di quel silenzio che fa placare quella ridda di sentimenti. Il tema del naufragare nell’infinito sarà poi ripreso da Leopardi (l’essere che si scioglie nell’armonia del creato per poter continuare a vivere).

In A Zacinto la malinconia della patria lontana, cui non farà ritorno, del trovarsi in terra straniera e di non poter avere una sepoltura lacrimata è mitigata dalla bellezza di Zacinto.

Bella perché cara, perché patria. A Zacinto è nata Venere, la dea della rigenerazione della vita e quindi quest’isola in cui il cielo è sempre limpido, le nubi mai tempestose, non poteva non accendere la fantasia di Foscolo – così come quella di Omero che, nel cantare le peregrinazioni di Ulisse, lo rese «bello» di fama e di sventura, l’esule della patria e perciò amato (eterna verità di vita). Ma, mentre  la «petrosa Itaca» ebbe il bacio commosso di Ulisse, Zacinto avrà soltanto il canto di un infelice figlio esule, che avrà una tomba senza lacrime. Il sonetto finisce, infatti, in un singulto di pianto. Lo stile è sempre classico, con il ritorno alla mitologia e il sentimento della bellezza, ma la modernità del suo sentire è tutta nell’amor di patria, nel sentimento di libertà, nella grandezza della natura.

In In morte del fratello Giovanni torna il motivo dell’esilio, uno dei dolori più grandi della vita del poeta.

Il fratello morì giovanissimo, suicida per debiti di gioco, il pensiero lo conduce alla madre che parla del figlio esule sulla tomba del figlio morto.

Il sensista è sempre più presente, infatti «il cenere» è «muto», ma il cuore che si ribella alla ragione fa parlare ugualmente la madre, pur consapevole che non riceverà risposta, per riceverne un conforto: su questa tomba si ricongiunge questa famiglia che il destino ha diviso.

Foscolo ebbe certo presente un carme di Catullo, ma mentre in quest’ultimo il motivo contingente è la morte distruttrice, il sonetto foscoliano crea nella morte risonanze universali.

  • 1796-1803

Le Odi sono neoclassiche nello stile e nel vagheggiamento della bellezza ristoratrice, alla maniera Winckelmaniana. Ma la malinconia e la consapevolezza dell’irrealizzabilità rivelano la spiritualità romantica.

A Luigia Pallavicini caduta da cavallo e rimasta sfigurata in viso, procedendo alla maniera neoclassica, egli ricorre al mito e vuole dimostrare che la bellezza, una volta cantata dai poeti, è immortale.

All’amica risanata è l’ode in cui il processo di deificazione della donna è più efficace perché la dea non perde nulla della donna. Quando ha reso immortali queste donne, la poesia combattuto contro la morte. Solo la poesia può essere eternatrice.

  • 1806

Il carme Dei sepolcri,in endecasillabi sciolti, è dedicato ad Ippolito Pindemonte. 

In esso rivivono e diventano poesia e attualità tutti i fantasmi poetici che gli tremavano dentro.

Esemplato sui carmi greci e latini, che erano composizioni dal nobile sentire (quindi che parlavano principalmente al cuore indipendentemente dalla ragione), inizia con il motivo occasionale dell’Editto di Saint-Cloud, del quale si discuteva nel salotto della Teotochi insieme a Pindemonte, che era cristiano e attribuiva quindi un valore religioso ai cimiteri.

Foscolo, al contrario, parte dalla sua posizione antitetica sensista, ma poi cambia opinione e, pur rimanendo fedele alla sua concezione sensista, riconosce l’alto valore che ha il sepolcro, sia per il vivo sia per le generazioni future.

Per il vivo è meno triste il pensiero della morte se sa che il corpo è preservato nella tomba e che c’è qualcuno che va a piangere sulle sue ossa, illudendosi che rimanga qualcosa, una «corrispondenza», anche se non è reale. 

Foscolo non crede nell’aldilà, ma questa illusione di rimanere in contatto ha del divino perché aiuta a sopravvivere. 

Questa è quindi una prima giustificazione del sepolcro, di carattere affettivo, umano. Ma c’è anche un valore civile di stimolo per gli spiriti grandi: perché le opere degli uomini grandi, ricordate tramite il sepolcro, potranno essere stimolo per gli altri spiriti grandi.

Riconoscere la possibilità e la fecondità di una sopravvivenza dell’uomo nel ricordo dei discendenti o nel memore culto della Nazione, significava dilatare l’esistenza del singolo aldilà dei confini della vita e restituire un senso all’azione di ognuno nel concreto tessuto della Storia.

Nel restaurare questa nuova dimensione dell’uomo, Foscolo riprende la funzione eternatrice della poesia: per l’incalzante usura del tempo, anche le tombe si distruggono, ma la poesia, ispirandosi ad esse, ferma ed eterna le voci del passato.

Ai tre temi fondamentali corrisponde la rievocazione di tre poeti: Parini, Alfieri, Omero. Ciascuno di essi accampa sul Carme una prospettiva di esemplarità: 

  • Parini, che fece dei suoi versi lo strumento di una severa satira della società aristocratica; 
  • Alfieri, il poeta della libertà, che confortò la sua triste solitudine con la speranza del futuro della patria; 
  • Omero, il poeta universale che, immortalando nei suoi versi gli eroi della guerra di Troia, lasciò agli uomini di ogni tempo una perenne lezione di realismo e patriottismo.

D’altronde la lotta di tutta la sua vita fu salvare i grandi; dell’uomo comune non non si interessò mai. Il critico Francesco Flora disse: «un Pantheon laico fatto soltanto di grandi perché egli vive la vita al massimo grado».

Il Carme si apre con una sottrazione di vita «il sonno della morte men duro»: la morte è giorni perduti, per l’amore, per la poesia, l’armonia del giorno, secondo quello che gli detta la ragione. Eppure la ragione non gli impedisce di far fiorire gli scorci poetici che aprono l’anima al conforto: mentre non ce l’aspettavamo, ci siamo trovati di fronte alla parte sentimentale della poesia, come un fiore che è  svettato in mezzo alla morte.

Colui che è destinato a morire può avere il conforto e l’illusione di continuare a vivere nel ricordo dei vivi che andranno a visitarlo sulla tomba. È una «corrispondenza di amorosi sensi», è una celeste follia perché, pur consapevoli che non è, ce ne sentiamo riscaldati. Ed è il sepolcro, nella terra buona che offre nel suo grembo materno l’ultimo asilo, proteggendo i resti dall’imperversare degli eventi atmosferici e dal profano piede del volgo, che consente all’uomo questa illusione. Quindi, è vero che finiamo nel crogiòlo della materia, ma c’è qualcosa della vita cui non possiamo rinunciare: la ragione urta con il sentimento e il sentimento mette a tacere la ragione

  • 1812

Nel poema Le grazie ritorna il valore della poesia, unica vincitrice nella battaglia contro la morte. E, nel canto nel pianto del poeta, ritorna il tema dell’esilio. E qui egli dipinge quella «velo» eterno di valori umani e spirituali ai quali si è aggrappato per tutta la vita, per dar conforto alla sua anima. Un Foscolo della maturità che culmina nella rassegnazione al dolore del vivere, pur con la consapevolezza della grandezza che le Muse gli hanno concesso e alle quali, perciò, egli rivolge il suo elogio, precorrendo con grande espressione della poesia neoclassica, la grande poesia simbolista europea.

  • 1813

Nella prosa della Notizia intorno a Didimo Chierico vi è celato il ritratto di un Foscolo dalle passioni ormai stemperate, in una realtà che lo ha deluso, con un’amara ironia che avanza, prendendo il posto delle sue antiche passioni che sente come «calore di fiamma lontana».


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