Torquato Tasso (1544 – 1595)
Composizione e struttura
I primi problemi sorsero già quando Tasso doveva scegliere la materia, cioè il dilemma era questo: comporre un poema cavalleresco (come quello ariosteo) oppure epico.
Tasso, sotto l’influenza del suo tempo, che non è più il periodo di Rinascimento trionfante, perdurando nel suo animo i riecheggiamenti di quel mondo, non compose il suo poema abbandonandosi solo all’impulso della sua ispirazione, ma si occupò invece di risolvere i molti problemi intorno alla struttura e alla composizione del suo poema epico.
Scrisse i Discorsi del poema epico, in cui sostenne che esso deve rispondere ad alcune leggi: narrare un fatto unico ma non mancare di episodi a patto che essi costituiscano elementi necessari la narrazione.
Tasso sente che l’unità del poema non deve significare necessariamente unità e monotonia, che lo priverebbe del consenso di un vasto pubblico, al quale egli aspira non meno che all’approvazione dei dotti e dei letterati. Egli voleva infatti dall’opera anche questo successo, quella soddisfazione che tutti quanti gli artisti desiderano e che in verità presagiscono.
La materia del racconto e i personaggi devono presentarsi alla mente di chi legge come veri, se si vuole che questi si appassioni profondamente a ciò che il poeta narra; capiva anche che il meraviglioso ci doveva essere nel poema e lo trovò nell’ambito della cristianità, il meraviglioso cristiano. Esso deve prendere il posto già usurpato da quello mitologico, falso, incapace ormai di imporsi alla coscienza del lettore. L’argomento del poema si fondi pertanto su «istorie di vera religione» non troppo remote né troppo vicine nel tempo e neppure «di tanta autorità che siano inalterabili», cioè muti e talora inventi le circostanze, confondendo i tempi, gli ordini delle cose, trasferendo nel passato gli affetti e costumi del presente.
La materia, quindi, la desume dalla Prima Crociata (1096-1099), che era un argomento ancora aperto, perché c’era stata la vittoria dei veneziani sui Turchi a Lepanto (1571).
Il poema, composto di 20 canti in ottava rima, fu dedicato ad Alfonso II d’Este, la cui famiglia fu celebrata nella figura eroica di Rinaldo, uno dei più valorosi cavalieri che partecipano alla Prima Crociata.
I Crociati sono guidati da Goffredo di Buglione, intorno al quale operano molte molti guerrieri tra cui Rinaldo, Tancredi e Raimondo di Tolosa.
La città sacra è governata da Aladino e difesa soprattutto da Argante, Clorinda e Solimano.
Trama
Innanzi alla minaccia che incombe ormai sulla città assediata l’Inferno interviene con le sue arti e muove l’astuto mago Idraote che invia nel campo crociato la sua bellissima nipote Armida per allontanare i migliori guerrieri. Ella chiede ed ottiene per sua difesa fasulla dieci campioni, più altri cinquanta, che la seguono invaghiti.
Rinaldo, poco dopo, uccide Gernando di Norvegia (che faceva parte dell’esercito cristiano come Rinaldo) e fugge dall’esercito per non essere punito.
Le macchine da guerra dei Crociati sono incendiate da Argante e Clorinda; Tancredi uccide in duello senza riconoscerla la donna amata, Clorinda. La selva da cui trarre la legna per costruire nuove macchine è incantata. Rinaldo, al suo ritorno, si reca al castello incantato di Armida per liberare i cavalieri e rimane anche lui preso dalle dolcezze di un amore tenacemente voluttuoso (solo più tardi due guerrieri cristiani lo salveranno dall’incantesimo di Armida ed egli scioglierà l’incanto della selva).
Temi
Pur trattando un tema epico, i registri fondamentali della sua poesia saranno sempre la voluttà, gli amori e il sentimento della caducità della vita. Tasso sentiva anche l’epico ma non nel modo in cui erano congeniali gli altri due sentimenti. Mentre l’Orlando furioso ha il carattere di assoluta obiettività, le creature del Tasso invece rivelano accenti propri e subiettivi dell’animo del poeta.
- Nel Furioso l’autore è sempre presente, sì, ma al di sopra della materia narrativa, quasi commentatore arguto dei casi e delle figure che egli viene via via creando;
- nella Gerusalemme invece il poeta vive di volta in volta in ognuna delle proprie creature e le pervade del proprio contenuto affettivo, esprime per mezzo di esse il vario atteggiarsi della propria sensibilità.
L’amore non è più gioia e obbedienza all’impulso del sentimento, ma languore, dolore e voluttà: tranne che per Armida e per Rinaldo, sempre nel Tasso ero è dolore.
Personaggi e interpretazione
- Erminia sospira in preda ad un amore senza speranza;
- Tancredi ama invano Clorinda di un amore che sembra talvolta folgorarlo e dare a lui guerriero senza macchia e senza paura smarrimento e stupore;
- Armida, infine, attraverso questo gioco pericoloso dell’amore, si trasforma da maga in donna, rimanendo vittima della sua stessa seduzione;
- Goffredo di Buglione pure avrà una sua autonomia sincera nell’ambito del poema, chiaramente non diventerà un personaggio poetico e sentito perché rappresenta proprio il sentimento religioso del Tasso, quindi è un personaggio dal sentimento non profondo come negli altri è l’amore.
Tasso sarà sempre vicino agli innamorati ignorati, infelici, perché è lui stesso infelice nella propria vita.
- E la natura fa parte proprio della sua Musa, della sua ispirazione e non è una natura assente, ma è una natura che addirittura sospende il sospiro se poeta sta vivendo un’estasi amore, che piange se il poeta sta piangendo, e allora il sentimento è profondissimo, è una natura profondamente umana, in cui è diversa la piena del suo pianto e del suo canto, non è una natura trionfante come quella dell’Ariosto, dove vi erano i mattini fulgenti e i meriggi assolati; qui si avranno quasi sempre i tramonti e le albe, cioè quel periodo che va dalla notte all’alba, dove si sente passare il tempo verso l’alba come fiati, cioè il silenzio della notte in cui le ombre del tempo sembra che si sovrappongano l’una all’altra.
Tasso le sente sempre molto, coglie tutti i colori del mattino man mano che si succedono e diventano espressione dei volti, dei personaggi di cui tratta.
- Clorinda è uno dei personaggi più belli, è come Silvia (nell’Aminta), rispettosa, ma poi si schiude alla femminilità che egli fa sentire in modo più profondo, più sensuale, perché è più adulto, perché ormai l’amore ha la coscienza del peccato. Si ha, quindi, una variazione dei sentimenti dei personaggi – si presentano in un modo che poi diventa un altro – però non si ha una spaccatura dei due personaggi, è come la rosa che si schiude dal bocciolo.
Le più belle parole d’amore del poema sono quelle pronunciate da Armida e da Erminia.
Armida dice a Rinaldo «tanto t’agiterò quanto t’amai» (Canto XVI, v. 470): una volta diventata donna, ella non ha più sapienza o perlomeno non usa più le sue arti magiche perché vuole essere amata per quello che è. Nel dire a Rinaldo che lo perseguiterà tanto quanto lo ha amato dà voce ad un sentimento umano, perché quando si è feriti sorge il desiderio di vendicarsi pur continuando come prima, forse più di prima, ad amare.
Erminia che fugge nella notte, inseguita dai cavalieri cristiani, ricorda la fuga di Angelica. Ma, mentre Angelica è capricciosa, volubile, e consiste proprio in questo suo fascino, ed ella fugge così come fugge dalle mani la felicità – il tutto in un’atmosfera di divenire: l’Ariosto non fa palpitare la tragedia al massimo grado, la farà presagire ma non la fa conoscere, perché questa è la sua tecnica – Tasso invece è il poeta sul crepuscolo del Rinascimento per cui Erminia fugge con la morte nel cuore.
Il suo personaggio diventa altamente poetico nel momento in cui indossa le armi di Clorinda, si reca presso gli accampamenti di Tancredi e sente di amare quei luoghi per il sol fatto che essi appartengono a Tancredi:
«O belle a gli occhi miei tende latine! / Aura spira da voi che mi ricrea / e mi conforta pur che m’avicine» (Canto VI, vv. 104-106),
cioè Erminia, vedendo da lontano gli accampamenti con le fiaccole accese, ne riceve consolazione.
Armida rappresenta ogni amante abbandonato Erminia ogni amante ignorato. (La fonte del verso è certamente Properzio quando fa innamorare Tarpeia di Tito Tazio).
Qui i guerrieri vanno in guerra con dolore, a differenza di quelli di Ariosto (infatti con la guerra dimostrano la propria vitalità). Si vede quindi che ci troviamo verso il crepuscolo del Rinascimento.
Tancredi è innamorato di Clorinda e ad un certo momento si scontrerà con lei inconsapevolmente, la ucciderà, ma nel momento in cui la uccide, ella richiede di essere battezzata e lui le toglie elmo, le mani gli tremano; sotto l’armatura viene fuori una veste che le aveva richiamato la madre e che asseconda le forme del corpo. Il sentimento di voluttà, quindi, c’è sempre.
La spada che gli aveva trafitto il petto si è impregnata avidamente del suo sangue: i registri fondamentali sono sempre è la voluttà, la disperazione che nasce da un amore che non si realizza mai, il sentimento della caducità della vita. Clorinda da guerriera diventa donna.
Tancredi è generoso, pietoso, delicatamente cavalleresco verso Erminia, sua prigioniera. È l’eroe di un unico, folle, infelice amore che si è fatto dispotico signore del suo animo ed annulla in lui tutti gli altri sentimenti. E a far lo schiavo di tale realtà è bastato un attimo: la visione fugace di Clorinda che, toltosi l’elmo, beveva ad una fonte, ma che al suo sopraggiungere subito era partita.
- Solimano è il sultano di Nicea, re spodestato che combatte per recuperare il proprio trono e per vendicarsi. La sua azione è piena di energia e volontà ed in questo senso rappresenta un po’ il poeta nell’adoperarsi con tutte le sue energie per la conquista della gloria e del primato, e nello stesso tempo la coscienza di una sventura iniziale, di un destino sinistro che rende vani gli sforzi, che prepara continue delusioni. Egli rappresenta la gloria su cui si proietta un’ombra vasta di dolore: è alla fine sconfitto e si rende conto della caducità della vita.
Tasso sente anche gli altri sentimenti e la critica li riconosce, li giudica anche validi, sinceri, però quello di cui si nutre la sua poesia è la voluttà che serpeggia ovunque, un desiderio di amore che egli sente come passione e quindi tormento, perché è rinato il conflitto tra lo spirito e il corpo (che non c’era nell’Aminta).
C’è il sentimento religioso, solo che c’è la paura della Controriforma, per cui tutto è lavorato d’esterno, il sentimento profondo si sente quando Rinaldo si pente e va sul Monte oliveto e chiede perdono.
- Sveno è la sintesi del religioso e dell’eroico: è principe di Danimarca, di cui conosciamo la morte gloriosa dal rapporto di un cavaliere superstite della strage di quasi tutta la schiera condotta da Sveno, aiuto di Goffredo. È un eroe che sente la propria missione come religiosa, per cui Tasso in lui ha potuto consegnare quella dignità eroica alla quale il suo poema aspirava e quell’altezza che la sua anima di credente aveva cercato nella Prima Crociata.
Stile e linguaggio
Nel linguaggio del poema vi sono molti enjambement che mettono in rilievo la tensione drammatica: non ci troviamo più di fronte all’”ottava d’oro” ariostea.
La cortigianeria qui occupa più spazio, mentre nell’Orlando furioso è epidermica. Il motivo encomiastico è più forte rispetto all’Ariosto, perciò è meno poetico, egli non sa vivere lontano dalla corte, perciò è più lusinghiero.
Tasso, a differenza di Ariosto che li descrive, penetra psicologicamente i personaggi, perché il personaggio più tormentato è lui (Angelica fugge perché odia i cavalieri, Erminia fugge con la morte nel cuore perché si allontana dall’uomo che ama, Tancredi).
Tasso a tutte le proprie creature deve dare un’anima, poiché egli stesso è sensibile.

